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La veglia dei tuttologi online genera mostri

26/11/2014

il FoglioSi dice che oggi chiunque disponga di una connessione internet abbia accesso a una mole di informazioni superiore a quella di cui solo vent’anni fa avrebbe potuto disporre un capo di stato. Se a questo si aggiunge la crescente specializzazione dei saperi, l’effetto può essere quello che gli psicologi definiscono “sovraccarico cognitivo” e che Wikipedia descrive come la condizione di chi riceve “troppe informazioni per riuscire a prendere una decisione” o a “focalizzare l’attenzione”. Dal punto di vista politico, per il comune cittadino mediamente colto e informato, custode dell’opinione pubblica, su cui si fonda la democrazia moderna, il risultato rischia di essere lo smarrimento e l’apatia. Oppure, più semplicemente, il grillismo. Un fenomeno che va ben al di là delle imprese di Beppe Grillo e che anzi, dal punto di vista antropologico, probabilmente è meglio rappresentato dall’intellettuale informatico-apocalittico Gianroberto Casaleggio che dall’ex comico genovese.
Non per caso il fenomeno nasce sulla rete, tra i ceti medi colti e impoveriti, tra i giovani overskilled costretti a lavori precari e sottoqualificati. E oggi si fa sempre più evidente con la proliferazione di partiti pirata dalla Svezia alla Repubblica Ceca (c’è persino una loro Internazionale), con l’affermazione di Grillo in Italia e ora anche con l’ultima stella nel firmamento di questa gigantesca, continentale rivincita dei nerd: gli spagnoli di Podemos. Movimento guidato dal giovane professore di Scienze politiche Pablo Iglesias, fino all’anno scorso noto più che altro come opinionista televisivo.
Dopo avere sentito tanti professori di austerità portarci a esempio la Spagna di Mariano Rajoy e le sue dure riforme, quello che colpisce non è tanto che nei sondaggi il partito di Rajoy sia stato superato dai grillinos di Podemos, quanto la loro percentuale: 27 per cento. Colpisce perché somiglia molto al 25 raggiunto dai Cinquestelle dopo un anno e mezzo di governo Monti, almeno quanto il 26 per cento del Psoe e il 20 del Pp somigliano ai risultati di Pd e Pdl nel 2013 (rispettivamente: 25 e 21). Si sarebbe tentati di trarne una formula matematica sugli effetti politici dell’austerità. Per quelli economici e sociali, basta dire che al 25 per cento è arrivato anche il tasso di disoccupazione.
Naturalmente, ogni paese ha le sue caratteristiche. Iglesias, più che a Grillo, somiglia a quei professori che da noi, in un’altra stagione, promuovevano i “girotondi” e si definivano parte del “ceto medio riflessivo”. In un’intervista di due giorni fa a Repubblica, ad esempio, Iglesias ha detto di rendersi conto che uscire dall’euro non è possibile. E probabilmente, se glielo avessero chiesto, avrebbe detto di non credere nemmeno alle scie chimiche. In compenso, ha spiegato che intende far uscire la Spagna dalla Nato, per poi aggiungere che da futuro capo del governo è deciso a “piegare la Bce” e rovesciare come un guanto le politiche di austerità, con o senza l’aiuto di quelle mammolette dei socialisti europei. E tutto questo grazie all’appoggio, tenetevi forte, nientedimeno che del governo greco (sempre che Syriza vinca le elezioni), vale a dire del paese con minore potere contrattuale di tutta l’Unione europea.
Intendiamoci, per chi è abituato alle dissertazioni di economia monetaria di Beppe Grillo, o alle profezie tecno-millenaristiche di Casaleggio, il programma di Iglesias potrà sembrare perfino ragionevole, la sua campagna contro la “casta” addirittura scontata, figuriamoci il suo ripetere che destra e sinistra sono concetti superati, con l’immancabile quanto approssimativa citazione di Bobbio. Insomma, nulla che non si possa leggere da dieci o venti anni in qualsiasi giornale italiano, o in qualsiasi pagina facebook. Ma forse proprio questo è il punto: che al complicarsi delle cose, a cominciare dalla politica europea e dalla crisi finanziaria, si è accompagnato un drammatico abbassamento del livello del dibattito pubblico. Un abbassamento cui ha forse contribuito anche la diffusione dei social network, che in qualche misura hanno finito per trasformare ciascuno di noi in un tuttologo. Volenti o nolenti, siamo entrati tutti nel raffinato circolo degli studiosi di Wikipedia, anche solo per rispondere a chi ci incalzava sulle implicazioni finanziarie e sociali del signoraggio bancario o negava l’11 settembre con dettagliate osservazioni di ingegneria aeronautica.
Forse vale anche per la politica quello che una volta si diceva a proposito della religione, e cioè che quando la gente smette di credere in Dio di solito comincia a credere in cose molto peggiori. E così, dalla crisi delle ideologie, siamo arrivati al dominio della tuttologia, con il serio rischio di passare direttamente da una democrazia oligarchica alla dittatura dei cialtroni.
Fortunatamente, come dimostra il pratico buon senso con cui i residenti di Tor Sapienza hanno cacciato la parlamentare grillina che pretendeva di non rappresentare la politica (“E che sei, la Caritas?”), ci sono ancora degli anticorpi. C’è però qualcosa di più antico e di più resistente nell’idea di poter governare un intero paese senza partiti, senza corpi intermedi e senza istituzioni rappresentative, solamente a forza di referendum online e di supercazzole in tv. E’ una strana nostalgia che rimanda forse al mito di Robinson Crusoe, a quando cioè era in qualche modo immaginabile che un uomo di cultura media, su un’isola deserta, fosse in grado di ricreare con le sue sole forze una discreta approssimazione della civiltà in cui viveva. Ma nessuno oggi sarebbe in grado di costruirsi un computer a partire da sassolini e legnetti raccolti sulla spiaggia. E nemmeno il più grande degli intellettuali sarebbe capace oggi, come ai tempi di Leibniz, di raggiungere risultati accademicamente apprezzabili tanto come matematico quanto come giurista, astronomo, storico e filosofo. Figuriamoci Casaleggio.
Certo è che nessun paese moderno può essere governato come l’isola di Robinson. E comunque, se ti impegni a fare uscire la Spagna dalla Nato, sarebbe meglio evitare altre promesse come “la salute, la scuola, la casa per tutti”, perché le risorse che avrai è probabile che tu debba metterle nelle spese militari, prima che a qualche aspirante califfo venga in mente di risolvere i suoi problemi di bilancio con l’invasione delle Canarie.

(il Foglio, 23 novembre 2014)

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