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Quando i blairiani eravamo noi

09/12/2014

il FoglioDicembre è un mese perfetto per fare bilanci e mettere ordine in casa. Due operazioni che finiscono spesso per coincidere grazie al ritrovamento di qualche reperto inaspettato, nascosto dal subconscio domestico in angoli inaccessibili e cassetti chiusi da anni. E così, proprio in questi giorni di scontro a sinistra sull’articolo 18 e sullo sciopero della Cgil, mi è tornata sotto gli occhi una vecchia prima pagina, datata 17 ottobre 2002 e mai uscita in edicola, che apriva con il titolo: “Uno sciopero fuori tempo, molti i critici nella sinistra”. Era il Riformista, quotidiano oggi purtroppo scomparso, e quella prima pagina apparteneva a un numero di prova (il primo numero sarebbe uscito in edicola soltanto il 23 ottobre).
Quando mi è capitato tra le mani, si dà il caso che avessi appena letto sul Corriere della Sera un’intervista a Massimo D’Alema dal titolo “Renzi lasci stare la Terza Via”, riflessione critica e in parte anche autocritica sul blairismo di quegli anni. Così ho pensato alle polemiche di oggi e a quelle di allora, ai tempi in cui io e molti dei miei migliori amici litigavamo, in sezione, con i compagni del sindacato più radicali, e a scuola con i compagni di classe no global. Ai tempi, insomma, in cui i blairiani eravamo noi. Quando a scontrarsi con la Cgil sull’articolo 18 e a prendersi le accuse di “inciucio”, dopo avere sostituito a Palazzo Chigi un altro leader di centrosinistra e dopo avere a lungo cercato un accordo con Silvio Berlusconi sulla riforma della Costituzione, non era Matteo Renzi, ma Massimo D’Alema. O per essere più precisi, quando tutto questo era già accaduto: perché nel 2002, in effetti, il patto sulle riforme era già saltato (da ben quattro anni), lo scontro col sindacato rientrato (prima ancora di cominciare) e lo stesso governo D’Alema era già caduto (più di due anni prima). E quel che più conta, tutto questo era già morto e sepolto sotto la valanga di voti che nel 2001 aveva riportato il centrodestra al governo del paese.
Eppure, allo stesso tempo, tutto questo era più che mai attuale, perché il 2002 è l’anno in cui improvvisamente tutti i sospetti, i rancori, le rivalità e le frustrazioni di una sinistra battuta e disorientata si condensano in un grande moto di recriminazione collettiva, per tutto quello che avrebbe potuto essere e non è stata la prima stagione di governo della sinistra post comunista nella storia d’Italia. Tempi cupi, all’indomani dell’11 settembre 2001, della prima guerra al terrorismo e della prima crisi economica mondiale del Nuovo millennio, che avrei sperimentato subito sulla mia pelle. “Mi dispiace, ma qui l’acqua scarseggia e la papera non galleggia”, mi dice il proprietario della gelateria in cui lavoravo, bersaniano ante litteram.
A dare il via alla più lunga crisi di nervi che un movimento politico abbia mai conosciuto fino all’invenzione delle primarie, la sera del 2 febbraio 2002, è Nanni Moretti. Intervenendo a tarda sera, al termine di una manifestazione convocata dalla rivista MicroMega in Piazza Navona, si lancia in una pesante invettiva contro i segretari di Ds e Margherita, Piero Fassino e Francesco Rutelli, intervenuti prima di lui. “Con questi dirigenti non vinceremo mai”, grida davanti a un piccolo gruppo di ascoltatori entusiasti, composto perlopiù di giornalisti e dirigenti di partito sconfitti. Ad applaudirlo, infatti, sono in gran parte esponenti di quella sinistra interna che nei Ds ha appena perso il congresso.
Si dice sempre che la sinistra italiana non abbia avuto una sua Bad Godesberg. Certo però il congresso di Pesaro, chiuso proprio alla fine del 2001, non è stato una passeggiata per nessuno. E neanche per me. Dalla fondazione del Pds a oggi, è stato forse l’unico caso in cui la linea politica sia stata decisa davvero attraverso un congresso, con una battaglia politica reale e drammatica. Un congresso che si apre all’indomani dell’11 settembre e dell’intervento militare in Afghanistan, con la mozione riformista di Fassino che non esita a schierarsi a favore. L’unico congresso, in tutta la storia comunista e post comunista, vinto da una maggioranza che aveva contro l’Unità e la Cgil. E per inciso, sia pure in posizione un po’ defilata, anche l’ex segretario Walter Veltroni, appena riparato al Campidoglio giusto due settimane dopo la sconfitta elettorale delle politiche (il “correntone” che sfida la mozione Fassino è chiamato così proprio in quanto unisce la corrente veltroniana e quella della sinistra storica).
A dispetto dello scarno uditorio in piazza, “l’urlo di Moretti” riceve ampia copertura su stampa e tv. E’ lo squillo di un’adunata che andrà molto oltre il movimento dei girotondi, che da quelle parole prenderà il via. E’ un fiume dai mille affluenti: movimenti pacifisti e no global, icone come Gino Strada ed Emergency, intellettuali, volti noti della Rai e professori di tutti i tipi, famosi semiologi e filosofi semisconosciuti. Ma il leader indiscusso è il segretario della Cgil, Sergio Cofferati, specialmente dopo la gigantesca manifestazione che il 23 marzo 2002 riempie il Circo Massimo contro l’abolizione dell’articolo 18, che costringerà il governo Berlusconi a fare marcia indietro.
Al centro dello scontro c’è nientemeno che l’identità della sinistra. Personalmente, devo dire, il tema non mi ha mai appassionato. Di solito, quando in sezione si affacciava qualcuno per informarsi e magari anche per iscriversi, la prima cosa che domandava non era mai: “Chi siete?”. Questo lo sapeva già, altrimenti non entrava proprio. Piuttosto, dopo un silenzio imbarazzato, come chi teme di fare una domanda inopportuna, ti guardava e ti chiedeva: “Ma voi, qui, esattamente, che fate?”. Questa, pensavo in quei giorni, è la domanda a cui bisognerebbe dare una risposta. Ma la discussione, specialmente sulla stampa e in tv, assume subito i toni della delegittimazione reciproca e della caccia alle streghe. Insomma, non è un periodo facile per un militante diessino, classificato in sezione come “dalemiano di destra”, che dopo avere vinto la guerra sanguinosa del congresso di Pesaro si rende conto che sta drammaticamente perdendo la pace. E vede il suo partito e l’intera sinistra italiana messa sotto assedio da un esercito di sconfitti. O almeno così la vedevo io in quell’autunno del 2002, quando squillò il telefono e una voce che non avevo mai sentito prima mi disse: “Sono Antonio Polito. Ho sentito dire che ti prudono le mani”.
E’ così che ho cominciato a fare il giornalista, in un quotidiano come il Riformista, talmente blairiano da essere scritto più in inglese che in italiano, tra titoli su misteriosi effetti “bandwagon” e incomprensibili elogi al “free speech” e al “free market”. Non per nulla Cofferati lo definisce con disprezzo il “succedaneo arancione” del Foglio. La battaglia contro la regressione movimentista, moralistica e antipolitica della sinistra dura quasi cinque anni e il suo terreno privilegiato diventa ben presto la costruzione del Pd. La rappresentazione prevalente sui mezzi di comunicazione è sempre la solita: da una parte l’identità e i princìpi della sinistra, dall’altra un’idea di modernità senza valori (per non dire di destra). Da un lato i lavoratori, i giornalisti, gli intellettuali. Dall’altro D’Alema e Fassino, i burocrati, i professionisti della politica. Noi, insomma.
Anche questa volta vinciamo trionfalmente la guerra del congresso, ma perdiamo rovinosamente la pace. A pochi mesi di distanza dalle ultime assise diessine, che sanciscono la scelta di fondare il Partito democratico, facciamo esattamente il contrario di quello che avevamo detto. E dopo esserci battuti per ricostruire, a partire dal Pd, una moderna democrazia dei partiti sul modello europeo, che chiudesse finalmente la stagione dei partiti personali e della personalizzazione della politica, D’Alema e Fassino decidono di incoronare preventivamente Walter Veltroni leader del nuovo partito, da eleggere attraverso primarie all’americana. Naturalmente D’Alema e Fassino avevano molte giustificazioni (la debolezza del governo Prodi, le ferite della durissima campagna di stampa che li aveva presi di mira sul caso Unipol-Bnl), nessuna delle quali mi pare tuttavia sufficiente a continuare la mia modesta carriera di militante di base e a prendere la tessera del nuovo partito.
Continuo però a pensare a quelle persone che entravano per la prima volta in sezione, specialmente a quelle che alla fine si riusciva in qualche modo a coinvolgere. E che dopo un po’, magari al termine di una interminabile riunione su cose di nessuna importanza, quando avresti voluto solo andare a dormire, ti prendevano da parte e ti dicevano: “Sì, va bene: i problemi concreti, il piano parcheggi, la riqualificazione del vecchio mercato. D’accordo. Però, onestamente, non è per questo che avevo deciso di iscrivermi a un partito. Voglio dire: c’è la guerra, c’è Berlusconi al governo, c’è un paese che sta andando a puttane. E noi, qui, che facciamo?”.
In tredici anni di onorata militanza politica, non ho mai trovato una risposta convincente a questa domanda. Sospetto però che sia più o meno a metà strada tra la retorica dell’identità e la retorica del fare, in quel misterioso punto di congiunzione tra propaganda e realtà in cui a volte, come per una reazione chimica improvvisa e inaspettata, si producono i cambiamenti. In compenso, mettendo in ordine, ho trovato un altro reperto: un piccolissimo trafiletto apparso sul Messaggero del 4 febbraio 2002, firmato “alcuni militanti della sezione Mazzini”. Cominciava così: “Caro Nanni, nel 1993, in un tuo film, ci hai detto di sentirti a tuo agio solo con una minoranza. A dire il vero noi non eravamo molto convinti, fatto sta che nel 1994 le elezioni le abbiamo perse. Tu forse ti sarai sentito a tuo agio. Ti confessiamo che noi invece un certo disagio lo abbiamo provato. Qualche anno dopo, in un altro film, ci hai fatto capire di non condividere il modo in cui gestimmo la campagna elettorale del ’96. Fatto sta che quelle elezioni, per la prima volta nella storia della Repubblica, la sinistra le ha vinte”. Il trafiletto si concludeva con l’auspicio, visto il modo in cui Moretti aveva attaccato la sinistra, di avere imboccato finalmente la strada giusta.
La morale di tutta questa storia può deciderla ciascuno per conto suo. Si può dire che in fondo Renzi il rottamatore ha realizzato il sogno del regista che gridava: “Con questi dirigenti non vinceremo mai”. E si può dire, al contrario, che a raccogliere il suo testimone sono oggi proprio quei burocrati di partito contro cui Moretti se la prendeva tanto, che oggi parlano del “patto del Nazareno” con lo stesso tono con cui i girotondini di quegli anni rimproveravano a loro il “patto della crostata”, altrettanto incapaci di accettare le proprie sconfitte e guardarci dentro. Il gioco funziona lo stesso. E il motivo è semplice: è un girotondo. Ci si muove, ma non si va da nessuna parte.
Per uscire dal circolo vizioso e spostarsi almeno di un passo, bisognerebbe diventare grandi: passare dall’etica delle intenzioni, che è il massimo dell’infantilismo politico, all’etica della responsabilità. Vale a dire, almeno ogni tanto, mettere un po’ di ordine in casa e tracciare un bilancio, soppesando intenzioni iniziali e conseguenze finali. E se proprio bisogna parlare di coerenza, cercarla qui, nelle conseguenze delle proprie azioni, dove è più difficile, prima che nelle parole e nelle intonazioni dei propri vecchi discorsi.

(il Foglio, 7 dicembre 2014)

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