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Il problema degli ostaggi

25/01/2015

Il caso dei due ostaggi giapponesi ha riaperto anche da noi un bruttissimo dibattito. Il Corriere della sera pubblica oggi in prima pagina una lettera aperta al ministro Gentiloni di Anna Bulgari Calissoni: “Io e mio figlio rapiti di serie B, perché lo Stato ci abbandonò?”. Il passaggio più triste, a mio giudizio, è questo: “Perché lo Stato non intervenne all’epoca per tutelare l’incolumità e la vita di suoi cittadini pacifici che non avevano preso alcun rischio, rispettosi delle regole nazionali e internazionali e interviene oggi (lei è intervenuto come ministro degli Esteri) per tutelare soggetti avventati e sprovveduti come le due ragazze Greta e Vanessa che non erano inquadrate in alcuna struttura umanitaria riconosciuta, spinte solo da puro senso di folle avventura e incuranti delle gravissime conseguenze del loro gesto?”. Il punto è ovviamente il presunto riscatto, e di conseguenza una “a dir poco inaccettabile disparità di trattamento tra ostaggi di serie A (giornalisti scriteriati, sedicenti operatori umanitari, ecc…) e ostaggi di serie B (cittadini italiani sequestrati in casa propria)”.

Lascio da parte considerazioni scontate a proposito di ostaggi di serie A e di serie B (distinzione certamente inaccettabile, ma che in realtà, come è evidente dai termini che utilizza per qualificare le due categorie, è proprio la signora Bulgari a introdurre, distinguendo tra ostaggi incolpevoli che se ne stavano a casa loro e ostaggi “scriteriati” che se la sono andata a cercare). Ma la ragione della differenza di trattamento è presto detta, ed è che nei sequestri a scopo di estorsione compiuti nell’Italia degli anni 80 il riscatto era l’unico e solo obiettivo dei rapitori, tanto è vero che la legge sul blocco dei beni ha permesso di stroncare rapidamente il fenomeno, come mi sembra ormai comunemente riconosciuto. Il che ovviamente non significa negare che questo risultato sia stato pagato a caro prezzo, con le sofferenze che certamente ha comportato per tante persone innocenti, senza contare gli eventuali errori della giustizia, per eccesso di rigidità o per il motivo contrario (non conosco abbastanza il caso della famiglia Bulgari, ma immagino abbia tutte le ragioni del mondo per scrivere quello che scrive, per quanto riguarda la sua personale vicenda). E’ evidente, però, che nei sequestri mediorientali l’eventuale riscatto è solo uno dei possibili moventi, e di gran lunga il meno importante, almeno per quanto riguarda le frange estreme del radicalismo islamista. Anche quando chiedono ufficialmente denaro, come sembravano fare all’inizio del caso giapponese, il loro obiettivo è sempre politico, la richiesta è funzionale a dividere l’opinione pubblica occidentale, indebolire il sostegno ai governi nemici e a seminare il terrore (per alzare il livello dello scontro, provocare rappresaglie e innescare una dinamica di guerra con l’Occidente che consegni loro la leadership dell’altra metà del mondo). Di conseguenza, anche in una logica puramente militare, la questione del riscatto è meno banale di quanto appaia. Pensiamo al caso, non infrequente, in cui dei cittadini occidentali vengano sequestrati da gruppi appartenenti a frange meno radicali, o magari alla criminalità comune, e siano da queste “messi all’asta”. I qaedisti possono avere tutto l’interesse a comprarli per utilizzarli nei loro video, per le ragioni dette sopra, e per le stesse ragioni riuscire a strapparglieli, anche semplicemente offrendo di più, per un paese occidentale può essere una mossa strategicamente più che sensata, a prescindere da ogni considerazione umanitaria.

Detto questo, temo che la drammaticità dei problemi politici e morali posti dal terrore islamista metta drammaticamente in luce la debolezza delle nostre classi dirigenti, intese nel senso più largo, a cominciare dai nostri intellettuali, dal mondo dell’informazione e della cultura. Non ripeto quello che ho già detto qualche post qui sotto a proposito del dibattito tra sostenitori della trattativa e sostenitori della fermezza, politica italiana e politica americana. Mi sembra però che il seguente dialogo tra un funzionario dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, un capitano dell’esercito e un agente dell’Fbi, tratto da una famosa serie tv americana – Numb3rs (22esimo episodio, terza stagione), prodotta da Ridley e Tony Scott – sia un buon punto a favore della mia tesi.

Funzionario – È stata presa una decisione: il governo darà dei soldi ai terroristi in cambio del Sarin. Verseranno loro quattro milioni immediatamente e altri quattro quando il Sarin sarà consegnato.

Agente dell’Fbi – Credevo che non trattassimo con i terroristi.

Funzionario – Le richieste politiche sono state ignorate: niente scarcerazioni o cambiamento di politica.

Capitano – Si chiama “riscatto iracheno”, accade spesso con soldati e giornalisti rapiti in Medio Oriente: un intermediario dice che per soldi gli ostaggi verranno riconsegnati.

Agente – Un intermediario?

Capitano – Tutti sanno che è uno dei rapitori, ma pagano. E gli ostaggi verranno rilasciati.

Funzionario – E gli Stati Uniti potranno dire che non hanno mai trattato con i terroristi.

Agente – Capito.

Capitano – Accadeva spesso quando lavoravo sotto copertura in Pakistan.

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