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L’opposizione che punta a vivacchiare

26/01/2015

il FoglioDelle molte promesse e delle non poche esagerazioni che compongono l’autonarrazione renziana, una si è dimostrata col tempo, contro ogni probabilità e verosimiglianza, più che sincera: Matteo Renzi non è “arrivato fin qui” – prima alla guida del Pd e subito dopo, e soprattutto, alla guida di Palazzo Chigi – per “vivacchiare”. Tutti scommettevano che avrebbe puntato subito alle elezioni, per liberarsi di gruppi parlamentari figli della stagione precedente e capitalizzare immediatamente il suo personale picco di consenso. Che avrebbe fatto, insomma, qualcosa di simile a quello che Walter Veltroni fece con il secondo governo Prodi, e in qualche misura anche Francesco Rutelli con il secondo governo Amato, e in fondo in fondo pure Achille Occhetto con il governo Ciampi. L’unica cosa che non immaginava nessuno era che avrebbe fatto, invece, come Massimo D’Alema nel 1998, andando a Palazzo Chigi senza passare dalle elezioni.
Renzi, però, ha fatto proprio così: il consenso di cui disponeva ha deciso di giocarselo, tutto e subito, sul tavolo più difficile, quello del governo. E qui c’è poco da fare: si potrà nutrire un ragionevole scetticismo sugli esiti della sua battaglia per la flessibilità in Europa, sugli effetti occupazionali del Jobs Act o sulla funzionalità della riforma costituzionale, si potrà bollare tutto questo come un attentato ai diritti dei lavoratori e dei cittadini, ma certo non lo si potrà definire “vivacchiare”. Non per niente, così facendo, Renzi ha perso per strada anche diversi punti nei sondaggi. O per meglio dire, li ha investiti.
La domanda è: su cosa hanno scommesso, nel frattempo, i suoi avversari, interni ed esterni? L’impressione, almeno sin qui, è che al tavolo grande, quello scelto da Renzi, non si siano neanche seduti. Che abbiano preferito un timido e spesso maldestro gioco di rimessa. Che loro sì, insomma, abbiano preferito “vivacchiare”. E’ questo che ha reso il dibattito pubblico così squilibrato, mettendo a rischio non tanto la qualità della nostra democrazia, quanto la qualità dei nostri talk-show. Per essere onesti, la responsabilità andrebbe equamente divisa tra renziani, che nel dibattito pubblico non esistono se non come ologrammi del leader (e infatti, salvo rare eccezioni, non fanno nemmeno un decimo dei suoi ascolti), e antirenziani in servizio permanente effettivo, che ne sono la versione speculare. Fatto sta che l’intero dibattito politico si è ridotto, in pratica, alla dialettica tra Renzi e i non-Renzi. Una partita giocata peraltro quasi tutta dentro i confini del Pd, se si eccettua qualche saltuaria sortita di Beppe Grillo o di Matteo Salvini, che certo non fanno molto per alzare il livello della discussione. Una guerra asimmetrica che ha un difetto sopra ogni altro: è tremendamente noiosa.
Se però dai renziani non si poteva pretendere che acquistassero vita autonoma tutto a un tratto, dagli altri era pur lecito aspettarsi qualcosa di più. E invece ciascuno è rimasto disperatamente aggrappato al proprio vecchio cavallo di battaglia, come se niente fosse. Grillo e Salvini a ripetere che vogliono gli immigrati fuori dall’Italia, l’Italia fuori dall’euro e tutti gli altri fuori dalle palle. Pippo Civati a ripetere che se Renzi continua così se ne va, che stavolta fa sul serio, che la mamma glielo diceva da un pezzo che non avrebbe funzionato. Gianni Cuperlo e Stefano Fassina a ribadire che a questo modo non si può andare avanti. E Nichi Vendola, che è sempre lì ad aspettarli, a ripetere pure lui che è chiaro che non possono continuare così, che questa è la volta buona, vedrete: si lasciano. Anche se poi, alla fine della manifestazione, gli tocca sempre tornare a casa da solo.
D’altra parte il problema di Vendola non è mica semplice. Il fatto è che forse, a lavorarci sul serio, ci sarebbe pure lo spazio per una sinistra che incalzasse Renzi sul carattere personal-narcisistico della sua leadership, sulla natura plebiscitaria di un partito fondato sulle primarie, sugli esiti elitari e neonotabilari dell’ideologia maggioritaria di questi venti anni: il problema di Vendola è che in questo spazio non può esserci lui, che quelle campagne, ben prima di Renzi, ha cercato di cavalcarle tutte.
E D’Alema? Qui il mistero si infittisce. Avrebbe potuto prendersi almeno una quindicina d’anni di meritatissime rivincite. Doveva solo sedersi sulla riva del fiume e aspettare il passaggio di tutti quelli che lo avevano crocifisso per il presunto complotto contro Prodi, per essere andato a Palazzo Chigi senza passare dalle elezioni, per il “patto della Crostata” con Berlusconi. Ma invece di aspettarli al varco, ha preferito unirsi al coro contro il “patto del Nazareno”, l’inciucio e praticamente tutto quello che, quindici anni prima, aveva tentato di fare lui.
E poi, naturalmente, ci sarebbero Romano Prodi e Walter Veltroni. Ma è noto che in questa fase a tutto pensano tranne che a questioni di lotta politica interna, ammesso che ci abbiano mai pensato, presi come sono dai grandi conflitti che oggi dilaniano il sud del mondo, non meno che il mondo del cinema.

(Il Foglio, 24 gennaio 2015)

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