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I meteorologi del Quirinale

29/01/2015

il FoglioL’elezione del presidente della Repubblica rappresenta un esempio tipico di “trappola dell’anticipazione”, o se si preferisce di “dilazionamento della previsione” (il caso, peraltro assai improbabile, che nessuno studioso di nessuna università del Michigan o del Sussex avesse ancora coniato tali definizioni, donando loro il crisma della scienza, ci pare che nulla toglierebbe alla loro cristallina chiarezza). In breve, si tratta di questo. Un evento molto importante è annunciato all’Italia, come si conviene, con settimane di anticipo. Ora, se il nostro dibattito pubblico rappresentasse davvero la conversazione del paese con se stesso, cosa succederebbe? Non c’è dubbio che in una normale conversazione a tavola tra dieci persone, ciascuno farebbe la sua previsione, se ne discuterebbe un po’, dopodiché non resterebbe altro da fare che aspettare l’esito e vedere chi aveva ragione. Ma è ovvio che se lo stesso accadesse su giornali e tv, dal secondo giorno in poi non ci sarebbe più nulla da dire al riguardo, con gravissimi effetti democratici e occupazionali. Ecco dunque venire in soccorso la più geniale invenzione che mente giornalistica abbia mai partorito a beneficio di tutti i colleghi: il borsino. Se ieri avevamo previsto la vittoria di Tizio e la sconfitta di Caio, una visione statica e aridamente sincronica porterebbe a dire che altro non ci resti da fare, per le successive due settimane, che ripetere ogni giorno la stessa teoria oppure cambiare platealmente posizione: due strade ugualmente umilianti e indegne di un serio professionista. Laddove, invece, una visione dinamica, diacronica e dialettica, ci permette facilmente di spiegare, borsino alla mano, che se fino alla mezzanotte di ieri il favorito era senza alcun dubbio Tizio, dalla mezzanotte e un minuto di oggi è cambiato tutto, il tavolo è stato improvvisamente rovesciato, tutte le carte si sono rimescolate, e insomma le quotazioni di Tizio sono calate, mentre quelle di Caio sono salite.
Inutile dire che ad alimentare una simile giostra sono per lo più le veline dei nemici di ciascun candidato, e buona parte della partita vera che si gioca tra loro consiste proprio nel non finirci sopra, o nello scenderne il prima possibile, e ovviamente nel mettere qualcun altro al loro posto. Il cuore del dibattito, quello che riempie davvero articoli e talk show, consiste però nella giustificazione di tali improvvisi sommovimenti. Qui il quirinalista comincia ad assomigliare a quei meteorologi che parlano di correnti profonde che si spostano, pressioni che si alzano e si abbassano, si condensano e si stemperano, senza farti mai capire se alla fine pioverà o no. Ma questo è anche, indiscutibilmente, il momento in cui il buon giornalismo si fa grande letteratura.
Come spesso capita, se si vuole capirci qualcosa, conviene affidarsi alla scuola sovietica, nel caso specifico a Vladimir Propp. Il dibattito sul Quirinale ricalca infatti passo passo lo schema tipico della fiaba popolare reso celebre dal grande studioso: 1) Renzi vuole eleggere il capo dello stato con Berlusconi, dunque il favorito è Amato (equilibrio iniziale) 2) Berlusconi ha dichiarato che vuole Amato, quindi è chiaro che vuole bruciarlo (rottura dell’equilibrio) 3) Si diffondono voci di un gioco di sponda tra un pezzo della minoranza Pd e Berlusconi per imporre Amato, possibile che Renzi faccia buon viso a cattivo gioco? (peripezie dell’eroe) 4) Il parlamento elegge Amato, esultanza generale (ricomposizione dell’equilibrio iniziale e lieto fine).
Naturalmente, procedendo in ordine alfabetico, abbiamo scelto Amato, ma cambiando quel che c’è da cambiare lo stesso schema si applica altrettanto bene a tutti i candidati. Perché la partita vera e propria, quella che non è ancora nemmeno cominciata, non assomiglia né a una fiaba popolare né a una partita di poker. Semmai, la competizione che più gli assomiglia è il chess boxing.
Per chi non lo sapesse e non avesse Wikipedia a portata di mano, la nobile disciplina del chess boxing si svolge su un ring di pugilato in piena regola e consiste in questo: i due contendenti si affrontano in una partita di scacchi, ma solo per quattro minuti, quindi in un round di boxe della durata di tre minuti, e così via fino alla vittoria dell’uno e alla sconfitta dell’altro, per k.o. o scacco matto. Quanto all’analogia con il Quirinale, è presto detta. Ed è che sedersi davanti alla scacchiera con la propria combinazione in testa e partire alla grande, non è mica difficile. Il difficile è continuare a giocare a scacchi dopo che circa un migliaio di grandi elettori ti ha preso a cazzotti per i primi tre, quattro o magari quattordici round.

(Il Foglio, 28 gennaio 2015)

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