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Cosa deve sapere Salvini dei cattocomunisti

03/02/2015

il FoglioSebbene affidata al circuito dei social network invece che al tradizionale comunicato stampa, e presumibilmente digitata da uno smartphone (o più probabilmente dall’inseparabile iPad), la dichiarazione di Matteo Salvini contro “il cattocomunista” Mattarella aveva un sapore antico. E anche piuttosto paradossale.
Sarebbe infatti un bel paradosso che dalle ceneri del patto del Nazareno risorgesse proprio la più vetusta delle categorie politiche, il cattocomunismo, rottamata persino dai retroscena dei quotidiani, perfettamente antitetica a tutto quello che fino a oggi si era detto di Matteo Renzi quale erede del berlusconismo e novello Bettino Craxi. D’altra parte, il gusto del paradosso non deve essere mancato allo stesso segretario del Pd, vista l’enfasi che ha dato, nel presentare la candidatura di Sergio Mattarella, a quelle “dimissioni per un ideale” con cui l’allora ministro democristiano lasciò il governo Andreotti in protesta proprio contro la legge Mammì. La legge voluta da Craxi per salvare le tv di Berlusconi: la madre di tutti gli inciuci, altro che patto del Nazareno. Una dichiarazione di sfida degna del Fatto quotidiano. Anche se, va detto, un vero amante del Fatto non gli avrebbe mai giocato lo scherzo di non proporre davvero Giuliano Amato, dopo averglielo lasciato credere per due settimane di fila (un simile sgarbo Silvio Berlusconi un giorno, forse, potrà pure perdonarglielo, Marco Travaglio no). Una provocazione che per un attimo è parsa rovesciare tutte le nostre categorie, facendo del Royal Baby del berlusconismo un arcigno antiberlusconiano, un girotondino della prima ora, un vetero comunista. Per non dire, appunto, un cattocomunista.
Quale sia l’origine del termine è difficile dire. Il dizionario della lingua italiana di Tullio De Mauro ne data la nascita al 1979. Ma già l’anno prima lo si ritrova in un libro di Enzo Bettiza (“Il comunismo europeo”) dove l’autore definisce le Brigate rosse “una sorta di esasperazione estremistica del compromesso storico” e sottolinea che “la componente ‘cattocomunista’ dei brigatisti è inconfondibile”. Una recensione della Civiltà cattolica sembra confermare l’attribuzione, sottolineando come il saggio si regga sul “postulato che il grande disegno di una rivoluzione finale comunista è ancorato alla strategia del compromesso con i cattolici, di cui la punta avanzata sarebbero quelli che l’A. chiama cattocomunisti…”. Ma è possibile retrodatare ulteriormente la nascita del termine almeno di una quarantina d’anni, considerata l’autorevole testimonianza di Adriano Ossicini, che ha rievocato più volte gli interrogatori da lui subiti da parte della polizia fascista e la sconfortata esclamazione del commissario Rotondano: “Mi tocca addirittura avere a che fare con dei cattocomunisti”. In quanto termine dispregiativo, è naturale che nessuno lo abbia mai rivendicato per sé. Storicamente, il riferimento più naturale è al gruppo di Franco Rodano, fondatore del Movimento dei cattolici comunisti, poi confluito nel Pci, dopo avere incrociato varie esperienze (e complicate denominazioni, tra cui quella di “cooperativisti sinarchici”) con altri giovani provenienti da esperienze associative di area cattolica, come il già citato Ossicini e Antonio Tatò, che molti anni dopo sarebbe diventato il più stretto collaboratore di Enrico Berlinguer. E così, dopo essere stato a lungo un ascoltato consigliere di Palmiro Togliatti, Rodano avrebbe esercitato, anche attraverso Tatò, una forte influenza su Berlinguer, tanto da essere ritenuto da molti il vero ispiratore del compromesso storico. Vale a dire di quell’accordo Dc-Pci che i socialisti di Craxi avrebbero visto come una tenaglia destinata a stritolarli (e liberali alla Bettiza, come si è detto, quasi come la culla delle Br). D’altra parte, pochi documenti storici attestano un più viscerale anticraxismo delle note scritte da Tatò per il segretario del Pci, dove la più gentile definizione del leader socialista è “abile maneggione e ricattatore”.
Inutile precisare che Salvini non voleva certo alludere a tutta questa lunga storia, nel dare del cattocomunista a Mattarella (e di conseguenza, per la proprietà transitiva, a Renzi). E questa è anche la ragione per cui è impossibile rintracciare con precisione le origini del termine. Perché quello che conta, insegna il filosofo, non sono le parole esistenti, ma le infinite possibilità combinatorie che il gioco linguistico permette a ciascuno di noi, in qualsiasi momento. Possibilità che nel caso specifico si esauriranno solo il giorno in cui l’intera comunità dei parlanti non riconoscerà più come dotati di senso, almeno nel linguaggio politico, i termini “cattolico” e “comunista”. Un traguardo che a dire il vero, nonostante la rivoluzione renziana, sembra ancora piuttosto lontano.

(il Foglio, 31 gennaio 2015)

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