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Dal Macbeth al Nazareno

20/02/2015

il Foglio

Il fatto che all’indomani dell’elezione del nuovo capo dello stato lo scontro sulle riforme abbia ripreso indisturbato, accompagnato persino dalla polemica postuma sul patto del Nazareno, potrebbe dare l’impressione che in fondo, a sinistra, non sia cambiato niente. Ma forse è più vero il contrario, e come spesso accade il tentativo di dimostrare che tutto è rimasto com’era dipende proprio dal fatto che tutto è cambiato. Quel tentativo può dunque riuscire a guastare la festa e a interrompere le celebrazioni, ma non a cambiare la sostanza. Del resto, sia pure forse con un eccesso di enfasi e con un entusiasmo iniziale che le successive polemiche hanno in parte raffreddato, in molti avevano salutato l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale come la fine della Seconda Repubblica. Il definitivo accantonamento di un’intera classe dirigente: i leader del centrosinistra di questi ultimi venti anni, che Matteo Renzi aveva già estromesso dai vertici del partito prima e del governo poi, per escluderli ora anche dalla suprema funzione di garanzia, ripudiandoli persino come padri nobili.

Se questo è vero, se oggi si può dire che la rottamazione renziana abbia colpito non solo i famigerati ex comunisti, ma tutta intera la classe dirigente formatasi negli anni novanta e persino la sua simbologia (a cominciare dall’Ulivo), bisogna anche dire che raramente si sono viste vittime meno rimpiante. Forse anche perché pochi leader politici hanno mai goduto di peggiore stampa, a cominciare da quella, letteralmente, pubblicata da loro. Fatto sta che il giudizio sulla loro parabola ventennale è pressoché unanime. Ed è quello di un fallimento. Un giudizio, a nostro parere, immeritato. O forse anche meritato, ma per ragioni diverse da quelle che solitamente si sentono addurre, in particolare dai diretti interessati. Ma cominciamo dall’inizio, e cioè dalla prima, tremenda sconfitta subita dalla sinistra nella Seconda Repubblica, quella del 1994.

“Per capire in quali condizioni si arrivò all’appuntamento del ’94 occorre, tra gli altri fattori, tenere presente quel male oscuro che offuscò in  molte occasioni non solo la vita del Pds ma quella complessiva del centro-sinistra, anche dopo le mie dimissioni”, scrive Achille Occhetto in un libro del 2013, La gioiosa macchina da guerra (Editori internazionali riuniti). E qual è questo male oscuro? L’autore non ha dubbi. “In realtà, le enormi difficoltà incontrate nella formazione dello ‘spirito costituente’ del Pds (…) derivavano dall’incapacità di credere fino in fondo a un rinnovamento della sinistra che rendesse possibile un’alternativa alla crisi comunista”. Da qui, a partire cioè addirittura dal 10 ottobre del 1990, giorno della presentazione alla stampa del nuovo simbolo del Pds, comincia quello che Occhetto non esita a definire un vero e proprio sabotaggio. Il suo atto d’accusa prende subito toni drammatici, quasi shakespeariani: “Si rinunciò a presentare quanto stava avvenendo alla società italiana come un atto vitale, si disseppellirono subito, senza darsi nemmeno il tempo di brindare, i miasmi di morte. Ecco riapparire il male oscuro!”. Non c’è bisogno di seguire il filo del racconto occhettiano per tutti gli episodi citati, culminanti nella sua mancata elezione a segretario del neonato Pds per mancanza del quorum nel ’91 e infine, alle elezioni del 1994, nella disfatta elettorale. Il cuore dell’analisi è tutto nelle poche righe che l’autore pone in premessa della sua ricostruzione: “Non vorrei sembrasse che, dinanzi alle richieste di una parte del gruppo dirigente, e segnatamente di D’Alema, di sbarazzare il campo, io abbia resistito perché non volevo mollare il posto di comando. In realtà, mi sono trovato nella condizione di dovermi difendere, e difendere con me il progetto politico appena nato, da un’imbarazzante e ossessiva lotta per il potere che a quel progetto ha bagnato le ali”. E che secondo l’ex segretario del Pds ha segnato l’intera vicenda del centrosinistra nei due decenni successivi, portandola al fallimento.

Alla ricerca dei responsabili delle sconfitte di questa stagione anche il giornalista dell’Espresso Marco Damilano ha dedicato (sempre nel 2013, non per caso) un libro dal titolo inequivocabile: Chi ha sbagliato più forte (Laterza). Non trattandosi di un giallo, possiamo anticipare subito al lettore che la risposta è fondamentalmente la stessa di Occhetto: D’Alema. Ma non è questa l’analogia che più colpisce con la ricostruzione occhettiana, e con molte di quelle che seguiranno.

“Il centrosinistra – scrive Damilano nell’introduzione – ha perso per una sua debolezza culturale, istituzionale, perfino etica, che si è conclusa in una catastrofe politica. Quel che segue è un tentativo di raccontare questa parabola, dagli entusiasmi accesi dall’Ulivo a metà degli anni novanta fino alle cadute successive, i duelli, i tradimenti, il crollo. Il ritratto di una generazione, andata al governo in un periodo di crescita economica incredibilmente felice se paragonato alle paure e alla grande recessione di inizio secolo, che ha rapidamente dilapidato il suo momento”.

Inutile dire quale sia la prima grande occasione: la vittoria elettorale del 1996, il governo di Romano Prodi, il primo cui partecipi anche la sinistra post-comunista. Grandi entusiasmi, bandiere al vento, ma non dura neanche due anni. Come è possibile?

A sentire Prodi, la partita si direbbe segnata sin dall’inizio: “Vincemmo le elezioni perché fu una sorpresa: Berlusconi non si era preparato, non si aspettava che noi potessimo farcela. Come una parte dei nostri, nel centrosinistra. Ho sentito con le mie orecchie, da dietro un paravento, la frase: ‘Lasciali andare quei due lì, che vanno a sbattere’, pronunciata da uno dei massimi dirigenti. Si riferiva a me e Veltroni” (Chi ha sbagliato più forte, pag. 190). L’episodio rivelatore, comunque, è un intervento di D’Alema sul rapporto tra i partiti e la coalizione nel seminario tenuto nel 1997 a Gargonza, nel cuore della Val di Chiana. Per Prodi si tratta di un attacco a freddo, spietato, incomprensibile: “C’era una sola spiegazione, aveva paura che il governo dell’Ulivo potesse trasformarsi in un partito dell’Ulivo. Avrebbe perso il controllo di governo e partito e gli sarebbe sfuggito il suo costante disegno che il governo avrebbe dovuto essere necessariamente guidato da un ex comunista”. Sintetizza Arturo Parisi: “Nel momento in cui si ipotizza una soggettività nuova inizia una guerra che viene tenuta sospesa perché c’è l’obiettivo dell’euro. Quando la corsa verso la moneta unica arriva al termine finisce la guerra fredda e comincia il combattimento”. Che finisce come sappiamo. Fausto Bertinotti toglie la fiducia al governo e tra infinite polemiche, sospetti e risentimenti, si arriva al governo D’Alema. Il primo ex comunista a Palazzo Chigi. Un evento storico, che dura anch’esso, però, meno di due anni. Come mai?

La spiegazione dell’interessato è affidata al libro-intervista, sempre del 2013, a cura di Peppino Caldarola: Controcorrente (Laterza). Ed è questa: “I risultati che l’esecutivo ottenne furono decisamente positivi per il paese, anche se non furono difesi, perché non c’era una maggioranza vera, non c’era una solidarietà politica, c’era persino una parte della maggioranza che contestava la legittimità del governo”.

E così, dopo una dura sconfitta del centrosinistra alle elezioni regionali, D’Alema si dimette e si forma il governo di Giuliano Amato, che porta il paese alle elezioni del 2001. Ma prima che cominci la campagna elettorale, il centrosinistra ha già deciso di cambiare (ancora) cavallo: a guidarlo sarà Francesco Rutelli. Vince Berlusconi e conquista una maggioranza schiacciante, rimanendo al governo per l’intera legislatura. E cioè fino alle elezioni del 2006, che il centrosinistra vince, di nuovo, con Prodi. Che torna al governo, con D’Alema e Rutelli come vicepremier. E dura, di nuovo, meno di due anni.

In molti, questa volta, puntano il dito contro Walter Veltroni, che nel 2007 ha vinto le primarie per la segreteria del Pd. E che la vede così: “Quel governo era finito quando Bertinotti lo aveva definito miglior governo morente, non c’erano più i numeri al Senato, De Gregorio era passato con Berlusconi, lo fece anche Mastella, per ragioni diverse, il fatto che tutto questo venga dimenticato per dire che fui io a far cadere Prodi con il discorso di Orvieto in cui annunciavo che saremmo andati alle elezioni da soli, beh, è l’unica cosa che ancora oggi mi fa infuriare” (Chi ha sbagliato più forte, pag. 219).

Ricaduto Prodi, questa volta niente ribaltoni, si va al voto. E rivince Berlusconi. Segue, nel 2011, la crisi del suo governo, la stagione di Monti e infine le elezioni del 2013. La tanto attesa rivincita. Che arriva, ma di un soffio appena. “Siamo arrivati primi, ma non abbiamo vinto”, ammette Pier Luigi Bersani, che non riesce a ottenere nemmeno un incarico pieno per formare il governo, ma deve giocare subito la partita più difficile: quella per l’elezione del presidente della Repubblica. Raccontata in un libro dei suoi portavoce Stefano Di Traglia e Chiara Geloni: Giorni Bugiardi (Editori internazionali riuniti).

Il clima è pesante. Nell’assemblea dei grandi elettori del centrosinistra in cui Bersani propone il nome di Franco Marini succede di tutto. “L’ultimo intervento è quello della portavoce storica di Romano Prodi, Sandra Zampa, oggi deputata del Pd. La sua è una violentissima invettiva contro Franco Marini: ‘Non lo voterò mai per nessun motivo, ricordo la sua faccia insieme a quella di D’Alema, è uno dei traditori che hanno affossato il governo dell’Ulivo’. E anche Bersani, sostenuto dalla Zampa alle primarie, non sfugge all’accusa di ‘tradimento’ per la scelta di proporre Marini”. Finisce come si sa. Marini è affossato dai franchi tiratori, Bersani propone di puntare su Prodi, centouno franchi tiratori affossano pure Prodi, Bersani decide allora di chiedere a Giorgio Napolitano di restare per un secondo mandato. E al suo partito annuncia anche l’intenzione di dimettersi un minuto dopo. “Dalla platea parte un ‘Nooooo!’, poi comincia una specie di applauso. Il segretario allunga un braccio e dice: ‘Non osate applaudire, non osate. Ricordatevi che questa mattina uno su quattro di voi mentre applaudiva preparava questo’.”(Giorni bugiardi, pag. 229).

La storia finisce, insomma, com’era cominciata: tra accuse di tradimento, vecchi rancori e nuovi propositi di vendetta. Ma quello che più colpisce, in tutti questi racconti e nei moltissimi altri che si potrebbero citare, è l’uniformità, persino stilistica. Al di là delle scontate differenze nell’individuazione dei colpevoli. Che sono, per chi si fosse perso, nell’ordine:

1994 – D’Alema;

1996 – D’Alema e Marini;

1998 – Veltroni e Prodi;

2008 – Veltroni;

2013 – D’Alema, Marini e forse (sotto sotto) pure Prodi.

Naturalmente, c’è chi è più esplicito e chi preferisce essere più allusivo, chi per formazione tende subito a personalizzare e chi a politicizzare. D’Alema, forse anche perché abituato a essere più spesso lui sul banco degli accusati, è certamente il meno incline a ipotesi complottistiche; ma al dunque, per spiegare il fallimento della bicamerale o la caduta del suo governo, l’argomento principale è sempre lo stesso: se quei risultati fossero stati difesi da tutto il centrosinistra, se ci fosse stata maggiore “solidarietà politica”, le cose sarebbero andate diversamente. A nessun leader del centrosinistra, in nessuno dei loro libri o delle loro interviste, rancorosi o indulgenti, obiettivi o faziosi che siano, viene mai in mente nemmeno per un attimo l’ipotesi che il problema principale potessero essere, invece, proprio i risultati. Che al netto di tutte le gelosie, le rivalità e le ambizioni che indubbiamente ci furono ‒ e sarebbe ben strano il contrario, essendo in gioco il governo del paese ‒ il fattore decisivo, la differenza che fece pendere la bilancia sempre dalla parte degli avversari e mai dalla loro, non dipese dal destino cinico e baro (o magari, e peggio, da una presunta irriformabilità dell’Italia) ma proprio dalla linea politica che alla fine, in un modo o nell’altro, seguirono tutti.

Basta scorrere al contrario il filo delle loro ricostruzioni e si noterà subito che i personaggi di questa storia, sostanzialmente, fanno tutti la stessa cosa. Di fatto, ciascuno di loro, una volta conquistata la leadership, ha cominciato a teorizzare che il suo stesso partito o i partiti alleati dovessero dissolversi, ad accentrare il potere attorno al proprio staff, a puntare tutto sulla propria leadership personale fino a espungere gli stessi simboli di partito dai propri manifesti. Anche coloro che fino al giorno prima più si erano battuti contro una simile concezione della politica. I più stretti collaboratori di D’Alema arrivarono a scrivere in un documento interno, pubblicato per la prima volta da Alessandra Sardoni nel 2009 (Il fantasma del leader, Marsilio), che bisognava concepire il Pds come “una delle componenti del comitato elettorale di Massimo D’Alema (cioè dell’Ulivo)”. Pier Luigi Bersani, dopo essersi candidato alla guida del Pd in nome del partito solido e della tradizione della sinistra, impose nuove primarie con tanto di deroga allo statuto (e il meno che si può dire è che non si fece in quattro per cambiare la legge elettorale, con liste bloccate e quell’abnorme premio di maggioranza). Una tendenza che forse spiega anche perché, al di là dei difetti caratteriali di ciascuno, la reazione di tutti gli altri, di volta in volta, non fosse sempre delle più calorose.

Ma quello che più conta è che la stessa coerenza di fondo si trova nell’azione di governo esercitata (direttamente o indirettamente) da ognuno di loro. Con i suoi indiscutibili successi, per il paese (l’ingresso dell’Italia nell’euro) e per la stessa sinistra (la nascita del Pd). E con i suoi altrettanto indiscutibili fallimenti.

“L’idea basilare del programma dell’Ulivo, quella che congiungeva analisi e strategie, visione dell’Italia e proposta riformatrice, era la centralità dell’impresa”, ha scritto Giuseppe Vacca in un saggio del 2006. “Nella piattaforma programmatica dell’Ulivo quella idea sembra permeare tutto il ‘nesso europeo’ della politica italiana (…) incanalando la ‘rivoluzione liberale’, di cui l’Italia aveva estremo bisogno, sui binari di una modernizzazione liberista” (Il riformismo italiano, Fazi).

La tesi di Vacca potrebbe apparire forse troppo radicale. Ci sembra dunque giusto fornire degli esempi. Il primo è la soddisfazione con cui Occhetto riporta la previsione del Financial Times nel 1993: “Non vi è motivo per cui il prossimo anno un governo guidato dal Pds debba produrre politiche fondamentalmente diverse da quelle portate avanti da Ciampi” e “arresti il programma di privatizzazione” (La gioiosa macchina da guerra, pag. 50). Il secondo è tratto dal Dpef del governo Prodi (1997), che invita a “guardare a paesi, quali gli Stati Uniti, che sono riusciti nell’intento che sembra sfuggire a gran parte dei governi dell’Europa continentale; occorre perseguire le riforme strutturali del mercato del lavoro che possano trasformare la ripresa della crescita del prodotto in nuovi posti di lavoro”. Il terzo è un lapidario giudizio di D’Alema: “E’ evidente che nessuna prospettiva di trasformazione potrà esservi se non nel rispetto dei vincoli europei e dunque di quella politica di rigore alla quale Monti ci ha riportato dopo le avventure berlusconiane. Ma su questo terreno il centrosinistra ha già dimostrato di essere affidabile” (Controcorrente, pag. 139).

Insomma, se al termine di questa ventennale galleria di complotti e tradimenti è concesso anche a noi avanzare un sospetto, suggeriremmo l’ipotesi che questa chiave di lettura tutta basata sulle divisioni interne quale male oscuro della sinistra sia, innanzi tutto, un alibi. Che le divisioni non siano state cioè la causa, ma la conseguenza della debolezza politica. Dunque sarebbe molto più utile ‒ e forse anche più interessante per i lettori ‒ provare a discutere del merito di queste politiche, invece che di coloro che le hanno portate avanti. All’interno di una concezione del bipolarismo di coalizione imposto dal maggioritario (e per la precisione, ironia della sorte, dalla legge Mattarella), che alla fin fine, con maggiore o minore coerenza, entusiasmo o convinzione, hanno seguito tutti.

Ma forse la verità è che è meno doloroso prendersi la propria parte di accuse, nel mare magnum dei rimpianti e delle recriminazioni reciproche di un’intera classe dirigente, che riconoscersi tutti insieme in una comune sconfitta. E accettare di fare i conti con la banale considerazione che se quel grande progetto di rinnovamento della sinistra e di cambiamento del paese, incarnato di volta in volta da ciascuno di loro, non ce l’ha mai fatta, forse la vera ragione è che non era abbastanza grande per farcela, o almeno per farcela da sé, mettendo nell’angolo gli avversari e disarmando i rivali.

Sarebbe poi da discutere quanto una simile autonarrazione, che per vent’anni ha descritto il centrosinistra come il palazzo di Macbeth, popolato solo di traditori e di fantasmi, complotti e pugnali, abbia contribuito a convincere Renzi ‒ e buona parte del paese con lui ‒ che la scelta migliore per la presidenza della Repubblica fosse quella di Sergio Mattarella. Un democristiano di sinistra dopo un comunista di destra, che succedeva a sua volta a un tecnico, ex governatore della Banca d’Italia. Con tanti saluti a quello che l’attuale presidente del Pd, Matteo Orfini, ha definito “il mito della meglio classe dirigente” (Con le nostre parole, Editori internazionali riuniti). E resterebbe da discutere ancora quanto quella stessa autonarrazione abbia contribuito alla diffusione di un sentimento antipolitico anche a sinistra, e al futuro successo di Grillo. Ma per una simile analisi forse non basterebbe un libro.

(il Foglio, 19 febbraio 2015)

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