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Partito (da IL Renzi)

22/02/2015

A un anno dalla nascita del governo Renzi è giusto fare un bilancio, anche delle proprie analisi e previsioni. E giusto un anno fa, o poco meno, Mario Lavia mi chiese di scrivere la voce “partito” per un originale dizionario del renzismo (IL Renzi – Editori internazionali riuniti) di cui pochi giorni fa ha messo online la sua introduzione (su cui pure ci sarebbe da discutere, e su cui anzi tornerò a discutere sicuramente nei prossimi giorni). Il libro uscì nel giugno 2014, all’indomani delle elezioni europee.

PARTITO

ILRenzi-340x242Il renzismo come fenomeno nazionale nasce in contrapposizione diretta e irriducibile con tutto intero il vertice del partito a cui Matteo Renzi è iscritto, a partire dall’intervista in cui l’allora sindaco di Firenze lancia la fortunata parola d’ordine della rottamazione. «Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani ‒ scandisce Renzi a Repubblica il 29 agosto 2010 ‒ Basta. È il momento della rottamazione. Senza incentivi». Per cogliere pienamente la radicalità della sua posizione, va ricordato che si trattava di un vertice appena rinnovato, attraverso regolare congresso, e che lo stesso Pier Luigi Bersani era stato eletto segretario solo dieci mesi prima, incoronato da milioni di elettori attraverso le primarie del 25 ottobre 2009.
Il renzismo nasce dunque con un atto di ribellione all’esito di quelle primarie e di quel congresso. Ma diventa ben presto evidente, innanzi tutto allo stesso Renzi, che quel gesto acquista una forza tanto maggiore quanto più, con l’andare del tempo, il suo obiettivo polemico si allarga e si scolora, passando dal gruppo dirigente che ha vinto l’ultimo congresso all’apparato, per poi scivolare ancora dall’apparato del Pd ai partiti in generale, identificati tutti come burocrazie immobili e impermeabili al cambiamento. Da notare qui anche lo slittamento semantico, dove all’inizio la decrepitezza del gruppo dirigente è denunciata come un’anomalia del Pd, dunque in implicito confronto con un sistema dei partiti relativamente sano, in cui non è pensabile che un gruppo dirigente resti identico a se stesso per venti anni, mentre subito dopo ‒ cioè subito dopo il cambio del gruppo dirigente conseguente alla vittoria renziana ‒ il problema diventa esattamente l’opposto: l’omologazione del Pd al sistema dei partiti, dipinto ora esso stesso come l’anomalia da combattere. Da questo punto di vista, l’inserimento dell’incolpevole Walter Veltroni nell’elenco dei dirigenti da rottamare, insieme ai vincitori dell’ultimo congresso Bersani e D’Alema, segnala come l’intuizione fondamentale fosse già contenuta in quella prima intervista. E di questo abbiamo la controprova, che consiste proprio nel successivo, graduale, inavvertito passaggio di Veltroni dal campo dei dirigenti da rottamare a quello dei precursori, ispiratori e sostenitori del nuovo corso. A dimostrazione di come quel primo inserimento nella lista di proscrizione rispondesse solo a un’esigenza tattica contingente: de-politicizzare lo scontro, trasformando così una battaglia interna in una dichiarazione di alterità antropologica.
A rendere particolarmente rischioso il tentativo di definire una concezione renziana del partito sta dunque innanzi tutto il fatto che il renzismo, sin dal suo stesso atto di nascita, non si contrappone soltanto al partito di Bersani e alla sua idea di «partito solido», ma in definitiva all’idea di partito tout court. L’argomento principe della retorica renziana, reso solo più esplicito dopo l’ascesa a Palazzo Chigi, è fondato infatti proprio su quella contrapposizione antropologica tra Renzi e i politici di professione appena accennata nell’intervista del 2010, l’eterno scontro tra «noi» e «loro», dove però il «noi» coincide effettivamente soltanto con «lui». È lui infatti che a ogni ostacolo ribadisce di avere solo ‒ di volta in volta ‒ trentacinque, trentasei o trentotto anni, di non avere di conseguenza nulla da perdere, di avere ancora tutta la vita davanti («L’età non è un problema, anzi, spero di avere una vita anche dopo la politica», dichiara ad esempio a Vanity Fair nel novembre 2013). Di qui le continue minacce di dimettersi, andarsene, «lasciar perdere». Addirittura sin da quando Renzi era non il leader del partito, ma lo sfidante (e dunque, a rigor di logica, a minacciare di andarsene se non lo lasciavano in pace avrebbe dovuto essere, semmai, il titolare dell’incarico).
L’aspetto decisivo della concezione renziana del partito sembra risiedere proprio in questa continua ostentazione della propria diversità, che sarebbe dimostrata dall’intenzione di «fare altro nella vita», in un futuro evocato sempre come prossimo, senza mai però esagerare in precisione (per non ripetere l’errore di Veltroni, che allo stesso scopo amava evocare il suo progetto di trasferirsi in Africa per fare del bene, ma legò quell’intenzione a una scadenza precisa, il suo ultimo mandato da sindaco, impelagandosi così in successive, infinite polemiche).
In questa posa sdegnosa verso coloro che pensano di dedicare tutta la vita alla politica, nel ribadire continuamente che una volta esaurito il proprio ruolo di leader si dedicherà ad altro («Mi piacerebbe insegnare. Oppure diventare conduttore televisivo, che so…») sta evidentemente l’impossibilità di disegnare con precisione una concezione renziana del partito, a meno di immaginare un partito che all’indomani dell’uscita di scena del suo leader si trasformi in un reality show o in una scuola di formazione per aspiranti premier. Ma in verità, se preso sul serio, il desiderio di cambiare vita non appena esaurito il proprio mandato di leader significa solo una cosa: dopo di me, affari vostri. Il problema è che il partito, prima e più di tutto il resto, è esattamente questa cosa qui: quella che dovrebbe rimanere “dopo di te”. È proprio per questo che i partiti vengono fondati. Altrimenti, per dire, sarebbe più economico affittarli.
A rendere impervia la definizione di una concezione renziana del partito sta poi un’altra contraddizione, che inevitabilmente riguarda l’oggetto osservato non meno che l’occhio dell’osservatore. E cioè che tutte le considerazioni svolte sin qui circa la natura personalistica, leaderistica, individualistica del renzismo, dal punto di vista delle concrete scelte organizzative, politiche e istituzionali compiute sino a oggi dal Pd, dovrebbero essere rivolte anzitutto al partito di Pier Luigi Bersani. A cominciare dalla modifica statutaria varata per permettere a Renzi di candidarsi contro l’allora segretario, che svincolava definitivamente le primarie da qualsiasi logica di partito, senza dimenticare poi il rifiuto di una modifica della legge elettorale che prevedesse un premio di maggioranza considerato allora troppo ridotto, o ancora la scelta di delegare le nomine nel cda Rai ad autonominate associazioni della società civile, compresa quella Libertà e giustizia fondata dall’editore di Repubblica. Contraddizioni che se valgono per Bersani, valgono ancor di più, a rovescio, per Renzi, che va a Palazzo Chigi in seguito non già a nuove primarie di coalizione e successive elezioni, ma a un voto della direzione del partito, e che da solenni riunioni della direzione del Pd fa discendere tutte le principali scelte politiche del governo. Si dirà che avendo in quella sede il 68 per cento dei delegati è una prassi, quest’ultima, che non costa molto, anzi è piuttosto conveniente, ma questo non cambia il valore politico e simbolico di una simile innovazione. Per non parlare del fatto che è stato Matteo Renzi, schierandosi a sorpresa sulla linea della piena adesione del Pd al Pse sin dalla campagna per le primarie del 2013, e poi mantenendo la promessa, ad avere finalmente portato il Partito democratico fuori dal limbo identitario in cui si era autorecluso sin dalla fondazione. E senza dimenticare l’ultimo dettaglio: che dopo essere salito a Palazzo Chigi con un voto della direzione del suo partito per guidare un governo di larghe intese, nato ovviamente in parlamento, nel voto proporzionale delle europee Renzi ha portato il Partito democratico al 40 per cento. Cioè al massimo storico non solo del Pd, ma di qualsiasi partito di sinistra, centrosinistra, neosocialista o veterocomunista dal dopoguerra a oggi. Che obiettivamente non è male, per uno che si era presentato sulla scena come quello che la sinistra e i partiti li voleva distruggere (o almeno che tale era apparso a molti).
La risposta più semplice a questo insieme di contraddizioni sembra essere dunque che Matteo Renzi è un politico puro: anti-ideologico, pragmatico e soprattutto realista. Libero da qualsiasi preconcetto, il politico puro parte sempre dalle condizioni concrete, dai rapporti di forza reali misurati nel momento dato, mai da astrazioni. Alla grande mobilità che gli deriva da un simile approccio, Renzi unisce inoltre un’indiscutibile capacità di leadership e una fortissima consapevolezza del proprio ruolo, caratteristiche che ne fanno oggi il maggiore sostenitore dell’autonomia della politica rispetto ad altri centri di influenza (il che non significa che con ciascuno di questi non sia capace di venire a patti, come ogni politico puro che si rispetti).
Si tratti di spregiudicatezza o di laicità, di indifferenza o di semplice professionalità, sta di fatto che l’idea di partito (e di politica) che ne discende non è facile da individuare. Il renzismo, infatti, è un fenomeno dotato di autosimilarità. È un frattale: un oggetto geometrico in cui la stessa figura si ripete sempre simile a se stessa su scale diverse, e in cui di conseguenza ogni parte ha lo stesso aspetto dell’insieme. Solo che la figura fondamentale del renzismo è una figura mobile e mutevole, perché non è altro che Matteo Renzi stesso. Dunque sbaglierebbero allo stesso modo tanto i sostenitori che si illudessero di potersi giovare a lungo di una posizione di forza dentro un partito renziano, che verosimilmente non vedrà mai la luce, quanto i suoi avversari interni che temessero di venirne emarginati.
La principale forza di Renzi consiste infatti proprio nella credibilità della minaccia di rovesciare il tavolo e andarsene, da lui esibita non a caso dinanzi a qualsiasi obiezione o difficoltà: nel partito, nella maggioranza o nelle trattative con l’opposizione. Se alla fine, nove volte su dieci, l’azzardo raggiunge il risultato è perché i suoi avversari percepiscono l’assenza in lui di qualsiasi reale vincolo di solidarietà, o anche di inimicizia, capace di legarlo durevolmente nei confronti di nessun altro. In breve, il suo conclamato disinteresse per le sorti di amici e nemici, sostenitori e avversari, una volta che lui sia uscito di scena.
Temporaneamente, s’intende.

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