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Resoconto di un dibattito clandestino nel Pd

22/03/2015

Visto che altrove non ve ne parla nessuno, torno a parlare qui della riunione di ieri della sinistra pd. Intendo del merito della discussione, che a me è sembrata molto interessante, mentre oggi mi pare che tutti si concentrino su zuffe e pettegolezzi (per poi, come al solito, criticare una sinistra che sa solo azzuffarsi e proprio non riesce a discutere di altro che di questioni personali e pettegolezzi). A me pare che nell’essenziale le cose siano andate così:

– D’Alema ha detto: se vogliamo contare qualcosa, la minoranza del Pd deve essere una sola, perché solo così potremo assestare dei “colpi” che “lascino il segno”, in un partito snaturato, personalistico, divenuto ormai “la più grande forza di attrazione del trasformismo”. Quindi non mettiamoci a discutere qui delle questioni di merito, che ci dividono, e concentriamoci sull’essenziale (“siccome questa unità muove da diverse valutazioni politiche… richiede che ci si diano degli strumenti in cui ci si riunisce, si cerca un punto di mediazione… ci sono delle tecniche per questo, sono note, e a mio giudizio dovrebbero essere adottate”). Costruiamo un’associazione “per il rinnovamento e la rinascita della sinistra” e sfidiamo Renzi sul suo terreno, giocando “dall’interno e dall’esterno”, come ha fatto lui con il “sistema delle Leopolde”.

– Civati ha detto: benissimo l’associazione, ma scusatemi, nel merito noi “non la pensiamo allo stesso modo”. Benissimo tutti i giudizi durissimi che avete dato su Renzi e il suo Pd, ma scusatemi, io queste cose le dico e le faccio già da parecchio, contro la riforma della Costituzione (che “non andava bene già dallo scorso anno”), contro l’Italicum (dove il problema “non sono le preferenze”), contro il Jobs Act e tutto il resto, ma finora non mi ero mica accorto che voi foste d’accordo con me (“queste cose non le ho mai sentite dire da nessuno di voi”). E infine, non possiamo “contestare il trasformismo e prolungare le larghe intese fino al 2018”, che sono la causa del trasformismo.

– Fassina ha detto: il confronto è utile se ci diciamo le cose con franchezza. “Fare la sinistra del Pd non ce l’ha ordinato il medico” e certo l’esistenza di un’area politica non si giustifica con la battaglia sui capolista bloccati (“serve qualcosa di un po’ più profondo”). Dunque “usciamo da qui con un coordinamento parlamentare tra coloro che condividono non l’esperienza congressuale di due anni fa, ma le valutazioni e le posizioni sui principali punti in agenda oggi”. Insomma, non dobbiamo definirci in contrapposizione a Renzi, ma sul merito. Anche perché Renzi “non è un’incursione in un terreno incontaminato”. Al contrario: “La subalternità culturale al neoliberismo nella versione della terza via… è nelle nostre vene da tanto, non è arrivata con il Jobs Act”. Per non parlare della subalternità “a quella politologia dell’ingegneria istituzionale ed elettorale che ha portato noi, prima di Renzi, a puntare a uno snaturamento del parlamentarismo, ossia a puntare a una legge elettorale che doveva darci la sera del voto chi governa, un unicum anche questo in Europa, perché nei sistemi parlamentari la maggioranza si definisce in parlamento”.

– Bersani ha detto: la strada è lunga e “noi siamo qui a vedere se siamo capaci di fare il primo passo”. Per riuscirci ci dobbiamo mettere in testa che “siamo una minoranza che ha una vocazione maggioritaria”. Dobbiamo dare visibilità e combattività a “un punto di vista” dentro il Pd, tenendo “larga e plurale l’area di riferimento cui vogliamo rivolgerci”. Altrimenti, se ognuno si fa il suo gruppetto, “finiamo come gli Orazi e i Curiazi”. Dobbiamo rilanciare alcune “idee basiche” che si stanno perdendo (“Non si sente più destra o sinistra, si sente solo prima o dopo… eh no, non mi ammucchi Prodi e Berlusconi nello stesso posto… o Visco e Tremonti”). “Io farei prima dell’estate un grande appuntamento che assomigli più a un palazzetto che a una sala d’albergo dove si rilanciano un po’ di idee basiche”. Ma naturalmente “tutto quello che sto dicendo va messo sulle spalle di una generazione nuova e gli altri devon dare una mano, magari se son capaci insegnando qualcosa che si chiama generosità, perché qui ci vuole un po’, eh”.

– Cuperlo ha detto: serve “sincerità su come siamo arrivati dove siamo”. Bisogna chiedersi perché la sinistra appare disarmata (“e se accade, io la penso come Stefano, è anche perché le nostre soluzioni sono apparse troppo lontane, troppo distanti dalla vita di chi volevamo rappresentare, e riconoscerlo è il modo per dire che la soluzione non è tornare da dove siamo venuti”). Alle spalle abbiamo anni di vincoli e di parametri ma “in quella gabbia la sinistra di governo ha finito per rinunciare a una parte di sé e della sua anima, e io penso che lo dobbiamo dire”. E a D’Alema: “Dovresti chiederti perché la sinistra ha ceduto prima di tutto culturalmente negli anni in cui è stata al governo… Ci hai ammonito a stare uniti e a dare battaglia: credimi, credimi, lo facciamo… ma se tu e altri nella sinistra europea lo aveste fatto un po’ di più prima, forse oggi la montagna da scalare sarebbe un pochino meno alta”.

Accanto a questa discussione se ne è sviluppata un’altra, per accenni, a partire dalla critica a coloro che sostengono che “per uno che se ne va da un lato ne arrivano tre dall’altro”. D’Alema ha parlato del rischio che oltre a “un partito senza popolo” si crei anche “un popolo senza partito”. Bersani ha definito quel modo di ragionare “vendere la casa per andare in affitto”. Secondo me, sia pure al netto di una visione forse un tantino apocalittica, su questo, non hanno tutti i torti. Sul resto, penso di sì. In ogni caso, mi sembra che il cuore del dibattito sia quello che ho riassunto qui sopra e per una volta non mi è sembrato affatto un brutto dibattito. E ho pensato che magari poteva interessare anche a qualcun altro, oltre a me.

5 commenti leave one →
  1. 23/03/2015 02:22

    Puoi spiegare meglio per quale motivo secondo te hanno torto sul resto? Pensavo che su una rivisitazione radicale di certe posizione storiche saresti stato d’accordo.

  2. 23/03/2015 11:51

    Il dibattito è stato interessante e la sintesi qui proposta è lodevole.
    Si sta aprendo una discussione, verissimo, che va oltre le querelle da pollaio. Il problema però è che, come giustamente dice Bersani,loro devono interpretare una minoranza che aspira ad essere maggioranza. Propositiva, non frontista. Che dice “+ 1” non “- 1”; sul jobs act, sulla riforma della scuola, una minoranza interna dovrebbe sfidare il premier a mettere in chiaro le modalità con cui ha intenzione di garantire quanto queste riforme necessitano.
    La riforma della scuola ha il problema dei controlli ai dirigenti?
    Ha il problema del ruolo del preside che si trasforma in un vero e proprio piccolo potentato?
    Allora si proponga come risolvere queste storture, non come fare per mantenere in piedi un sistema scuola che fa acqua.

    La proposta di un’associazione è sbagliata, perché guarda all’ “Ora”, all’ “Adesso”, ma lo fa fuori tempo massimo. Bisognava proporre una federazione di partiti quando ce n’era l’opportunità. Ora è anti storica. La partita è nel PD. Non bisogna lanciare zavorre o ancore di salvataggio per sponde esterne: ci si deve porre una questione: la questione culturale.
    Perché esiste, eccome, ma va chiarita: noi vogliamo aspirare ad essere Podemos, il Psoe o a continuare ad essere quel PD che ha una matrice culturale ambigua e che non fa i conti con se stesso, con il proprio passato recente e meno recente?

    Il PD ha tantissimi limiti, ma davvero crediamo che un’opposizione interna in cui ci si deve compattare “contro” e non “per” sia la soluzione? La soluzione per chi? Per chi assume questo ruolo o per dare slancio socialdemocratico a proposte liberali che il nostro premier mette in piedi?

    O non ci vogliamo porre il problema perché sognano il gloriosamente nefasto PCI?

  3. Kenesoio permalink
    23/03/2015 19:05

    Lei viene classificato come vicino a rifare italia, rifare italia = orfini , quindi cundari e pappa e ciccia con orfini. Io ho letto tutto il pezzo perché volevo sapere come si beveva nel bar di cui narra orfini nei suoi scritti politici maturi, invece neanche un rigo. Ma come era sto bar?

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