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Il ritorno dell’aristocrazia

26/03/2015

Sul Corriere della sera di oggi, il professor Ernesto Galli della Loggia individua con sicurezza l’origine “sociale” (tecnicamente dovremmo dire forse “di classe”) degli attuali guai della Capitale. “Un Comune, quello di Roma, nel cui Consiglio sono ormai decenni che non mette più piede quasi nessuna persona disinteressata, appartenente all’élite sociale e culturale della città, desiderosa di offrire le proprie competenze, vogliosa di impegnarsi per il bene pubblico”. E nel caso il concetto non fosse chiaro, più avanti sottolinea: “Il Pd era l’unico partito romano che conservava almeno in parte un rapporto con la base popolare, quella del vecchio Partito comunista: e probabilmente proprio questo è ciò che l’ha perduto. Una base popolare dai tratti spesso plebei – chi ha una certa età se lo ricorda – che per forza era contigua a persone e cose non proprio in regola con la legalità…”. Raramente, in un solo editoriale, era stato espresso più chiaramente il nesso tra la retorica della competenza, della moralità, della legalità, e la più pura e semplice apologia del governo dei migliori (per gli amici: aristocrazia).

Il problema è che una simile retorica è ormai diventata senso comune, anche perché non si ritrova solo negli editoriali di illustri accademici che scrivono su grandi giornali conservatori. Giusto ieri Federico Rampini, su Repubblica, dava conto del dibattito sul fenomeno della crescente ereditarietà della posizione sociale negli Stati Uniti. Lo spunto era l’uscita di un libro di Robert Putnam, “Our Kids”, che secondo Rampini “fa il paio con le analisi di Thomas Piketty sulla deriva patrimoniale dell’Occidente”. Argomento serissimo, dunque, svolto però tutto nella chiave del rimpianto per quegli Stati Uniti agli antipodi del “familismo amorale” tipicamente italiano, in quanto culla della “meritocrazia”. Termine, spiega il giornalista, coniato “dallo studioso inglese Michael Young negli anni Cinquanta”. Dimenticando però di spiegare che Young lo aveva coniato per descrivere un incubo antidemocratico e totalitario, una sorta di nazi-capitalismo (vedi il bel libro di Fausto Raciti: “L’imbroglio della meritocrazia”). Quanto al fatto che nel 2016 la sfida per la Casa Bianca potrebbe essere di nuovo tra Clinton e Bush, come nel 1992, Rampini ammette che quello delle dinastie politiche certo “non è un fenomeno nuovo: ci furono i Roosevelt (Ted e Franklin) e i Kennedy (John, Bob, Ted)”. Attenzione, però, perché “una sottile differenza” non va ignorata: “I Roosevelt erano dei patrizi, un’aristocrazia borghese, premiati dal successo negli affari, educati da una rigida etica protestante a restituire alla comunità i propri privilegi, dedicandosi con abnegazione al servizio pubblico. I Kennedy li emularono e ne seguirono il modello. I Bush e i Clinton? Hanno fatto più soldi dopo l’ingresso in politica, di quanti ne avessero prima”. Ohibò!

Si dirà che in fondo si tratta solo di parole, che la sostanza è chiara, che quando si parla di meritocrazia, ad esempio, è chiaro che si intende un principio di banale buon senso (premiare i meritevoli invece che i parenti). In tal caso, ancora dalla prima pagina del Corriere di oggi, suggerirei di leggere l’articolo del principale teorico della meritocrazia in Italia, Roger Abravanel, che porta a esempio nientemeno che Singapore. Certo, premette onestamente lo studioso, Singapore “non è una democrazia, e il suo sistema politico non può essere un modello per il mondo occidentale”, ma viene comunque “studiato da molti governi per il suo modello di amministrazione pubblica”. Non a caso la Costituzione di Singapore “stabilisce la meritocrazia come un principio fondamentale” e prevede appositamente una Public Service Commission, che si “occupa di selezionare e attrarre nel servizio pubblico i migliori talenti e poi di seguirli nel loro sviluppo professionale”. Come? Semplicissimo: “La selezione inizia al quarto anno delle scuole elementari e il 6-7 per cento dei migliori ragazzi vengono avviati a percorsi formativi eccellenti…”. Il resto è anche meglio, ma sinceramente non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, se non per notare che almeno in questo caso il termine “meritocrazia” sembra essere utilizzato esattamente nel senso che gli aveva dato il suo inventore.

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