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I confini dell’Unione

21/04/2015

Il primo ministro dell’Ucraina dice oggi in un’intervista a Repubblica: “Noi stiamo difendendo i confini dell’Unione europea dall’invasione russa”. Sono convinto che le cose non stiano proprio così, ma fa ugualmente un certo effetto leggere queste parole sul giornale, a pagina 17, subito prima della notizia sul processo agli ultrà dell’Atalanta e della pubblicità dell’Uliveto. Per la precisione, l’effetto di un déjà-vu. Come se a scuola, sui libri di storia, mi fosse già capitato di leggere simili dichiarazioni, domandandomi come fosse stato possibile che a quel tempo tutti reagissero più o meno come oggi reagisco io. Cioè girando pagina e passando alla notizia sull’Atalanta. Nel frattempo, però, ho appreso dal primo ministro Arsenij Yatsenjuk che nel conflitto sono morti 1800 soldati ucraini e 6000 civili, senza contare 15mila feriti e un milione e mezzo di sfollati.

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Sempre su Repubblica, Federico Rampini scrive dell’irritazione americana per il comportamento del governo greco, cui si aggiunge il timore che in tal modo finisca per scivolare nell’orbita di Putin. Timore che Tsipras non sembra minimamente intenzionato a dissipare. Sarei curioso di sapere cosa ne pensino Barbara Spinelli e tutti i sostenitori della lista italiana pro-Tsipras, ma non ho trovato nulla. A proposito del ministro Varoufakis, riporta Rampini che al suo arrivo a Washington per un vertice del Fondo monetario prima annunciava che la Grecia intendeva onorare i suoi impegni e poi aggiungeva: “Intende non significa che lo farà”. Nel frattempo il governo greco ha requisito per decreto la cassa di enti locali e aziende pubbliche per pagare stipendi e pensioni.

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Sul Corriere della sera di ieri, intervistato a proposito del caos libico dopo l’ultima immensa tragedia del Mediterraneo, Moisés Naím ha detto di ritenere probabili interventi mirati, chirurgici, senza una presenza militare massiccia né americana né europea. Domanda: “Basteranno?”. Risposta: “No. Ma la Libia ha tre problemi: è uno Stato fallito; c’è la deriva verso l’islamismo omicida dell’Isis e altri gruppi; e c’è la crisi umanitaria. Per nessuno di questi problemi la soluzione è in una frase”. L’intervista finisce così e la conclusione mi pare al tempo stesso convincente e angosciante. Mi domando però se proprio il venir meno dello stato in Libia non offra anche l’opportunità di costruire sulle sue coste qualcosa di simile a un’enorme zona-cuscinetto delle Nazioni Unite, dove l’Europa potrebbe provare a piantare il seme di una diversa organizzazione statale, nella prospettiva di un graduale sviluppo economico e democratico che punti a trasformarla in una specie di Israele africana e degli africani.

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