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L’immortalità di Colombo

13/07/2015

unitaAl tempo di Scandal e House of Cards, nell’era di Netflix, mentre il mercato mondiale è rivoluzionato da serie televisive prodotte direttamente per internet con cast e budget stellari, il vecchio, trasandato tenente Colombo, a quasi mezzo secolo dalla sua prima messa in onda, sembra avere ancora e sempre, nonostante tutto, “un’ultima cosa” da dire. Almeno in Italia, dove continua imperterrito ad andare in onda, in chiaro, su Retequattro e Top Crime, con la sua Peugeot 403 del ‘59 e il suo non più recente impermeabile, come se gli anni settanta non dovessero finire mai.
E chissà che il segreto della sua longevità non stia proprio nel suo essere sempre stato fuori tempo e fuori moda, dichiaratamente e orgogliosamente anacronistico, sin dalla sua primissima comparsa sullo schermo. Una data di nascita che dice già molto: 1968. Anche se dello spirito del sessantotto Colombo sembra avere preso soltanto il meglio, lui che giovane non è mai stato (e tanto meno giovanile). Certo non poteva seguire la corrente della contestazione, non trovandosi allora in qualche università della California, ma nel corpo di polizia di Los Angeles. E forse anche questo è un pezzo del suo segreto: l’essere sempre da un’altra parte, sempre dove non te lo aspetti e sempre controcorrente, anche quando la corrente prevalente è quella dell’anticonformismo.
Difficile immaginare qualcuno più lontano dall’iconografia degli eroi del sessantotto di questo modesto tenente italoamericano, dall’aspetto e dai modi così tradizionali e antiquati (anche e forse più che mai negli anni settanta), con la sua discrezione, la sua timidezza e quel senso del pudore così spiccato da apparire talvolta persino sospetto, come la sua finta ingenuità o la sua apparente dabbenaggine. Un’altra maschera, insomma, con cui trarre in inganno i signori del bel mondo, le grandi star, i pezzi grossi che credono di poterlo mettere facilmente nel sacco, le tante femme fatale che s’illudono di poterlo facilmente sedurre, i sofisticati intellettuali che ridono sotto i baffi dei suoi modi e della sua apparente ingenuità.
Niente si direbbe più lontano dall’immagine che abbiamo degli anni della contestazione, a prima vista, di questo modesto impiegato della lotta al crimine, di questo soddisfatto piccolo borghese, di questo marito devoto tutto lavoro e famiglia, che ci parla sempre di quel che dice sua moglie, di quel che diceva sua zia e di quel che capitò a suo cognato. Eppure, a pensarci bene, solo dalla temperie degli anni sessanta e settanta poteva nascere un personaggio al tempo stesso così ligio ai valori tradizionali di una società borghese eppure così radicalmente eversivo delle convenzioni e dell’ordine sociale costituito, non meno che delle basilari regole del genere, per non dire della televisione tout court: un giallo che comincia rivelandoci chi è l’assassino, un poliziesco che non prevede inseguimenti né sparatorie – nemmeno una scazzottata! – un telefilm che sembra concepito come la negazione stessa del concetto di suspence, apparentemente sempre uguale a se stesso, come l’impermeabile sgualcito, la camicia e la cravatta da due soldi, immutabili come il costume di Superman. Letteralmente: si narra che Peter Falk, il suo indimenticabile interprete, li conservasse appositamente, sempre gli stessi, per ogni puntata di tutta la prima stagione. Forse (speriamo) lavati, di sicuro non stirati.
Quale che sia stata l’origine di quell’abbigliamento, non si poteva trovare una più perfetta corrispondenza con il carattere del personaggio, con quel miscuglio irresistibile di ordinarietà e ribellione, ossequio formale alle convenzioni sociali e loro trasgressione. Ma una trasgressione sempre pudica, piena di noncuranza, mai esibita e tantomeno violenta. Simile in questo al famoso personaggio di Melville, Bartleby lo scrivano, che alle richieste dei superiori opponeva soltanto un educatissimo quanto irremovibile “preferirei di no”. Nessuna posa eroica, nessuna reazione sopra le righe. Difficile che il tenente Colombo arrivi anche solo ad alzare la voce. La sua critica del potere è più sottile. Davvero solo dal cuore degli anni sessanta poteva saltar fuori un simile telefilm, in cui persino il generale, eroe di guerra, amato e rispettato da tutti, si rivela un impostore e un uomo senza scrupoli. Tradito, come tanti altri prima e dopo di lui, dal suo narcisismo, dal suo ingiustificato senso di superiorità nei confronti della società e in particolare di quell’oscuro tenentino venuto a seccarlo con le sue domande.
Difficile spiegare la longevità del tenente Colombo in tempi come i nostri, assai meno eversivi dell’ordine e delle convenzioni sociali, assai più ossequiosi verso il successo e il potere. Tempi, oltretutto, scanditi da ritmi sempre più frenetici, la cui fondamentale cifra estetica è il ritmo, la velocità, l’istantaneo. Gli episodi del tenente Colombo durano fino a novanta minuti: la durata media di un film, o di una partita di calcio, tanto più inconcepibili per gli standard televisivi di oggi se si considera che l’identità dell’assassino viene svelata nei primi cinque.
E forse è proprio questa la ragione della sua longevità. Forse è proprio questa, alla fine di tutti gli enigmi e di tutti gli aneddoti, dietro tutti i racconti famigliari e i piccoli apologhi tratti dalla sua più che ordinaria routine piccolo-borghese, la sua vera, diabolica, eterna “ultima cosa” da dire. Forse è questo il motivo per cui, anche al tempo di internet, House of Cards e Game of Thrones, c’è ancora qualcuno che, come noi, continua a vedere e rivedere un episodio dopo l’altro dell’immutabile tenente Colombo, ultima frontiera della lotta di classe, eroe in incognito di un tempo che non può non tornare, e che continueremo ad attendere con la sua stessa apparente noncuranza, con la sua stessa capacità di dissimulare i propri veri pensieri, mimetizzati dietro l’aspetto innocuo, nostalgico e bizzarro di inguaribili appassionati di un vecchio telefilm.

(l’Unità, 12 luglio 2015)

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