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Ingraismi tardivi

30/09/2015

unita

C’è un tratto comune che ritorna in gran parte dei commenti che hanno accompagnato sulla stampa la notizia della scomparsa di Pietro Ingrao, al di là del loro scontato (e più che condivisibile) carattere elogiativo. Quello che colpisce è piuttosto il merito degli elogi. Eretico, idealista, romantico, persino poeta: ecco le parole-chiave che ricorrono, quasi ossessivamente, negli articoli dedicati a Ingrao. Con il rischio di stabilire implicitamente, tra questi termini, un improprio nesso causale: come se gli eretici non potessero essere anche cinici calcolatori, come se gli ortodossi non potessero essere anche ingenui idealisti, come se la stessa persona non potesse ritrovarsi, nel corso della sua vita e persino dello stesso istante, a essere eretico per gli uni e ortodosso per gli altri, a difendere aspramente alcuni principi consolidati di una determinata tradizione e a metterne radicalmente in discussione altri.
In questo ritratto a una dimensione, l’editoriale non firmato con cui nel ’56 Ingrao schierava l’Unità da lui diretta non già con gli eretici ungheresi in rivolta, ma con i carri armati sovietici («Da una parte della barricata a difesa del socialismo»), rappresenterebbe l’eccezione che conferma la regola, il peccato di gioventù inevitabilmente seguito dal pentimento e da una spietata autocritica. Ma se oggi davvero non c’è bisogno di spiegare perché quella difesa dell’ortodossia sovietica fosse certamente sbagliata, forse qualche parola in più servirebbe per spiegare il comportamento di Ingrao (e non solo lui) allora. Fosse anche solo per ricordare che quando il direttore dell’Unità, sbagliando, esortava a stare da una parte della barricata, a separarlo dalla Seconda guerra mondiale, da Hitler, dai campi di sterminio e dalla lotta partigiana era la stessa distanza temporale che oggi separa noi dal secondo governo Berlusconi. Quello che vogliamo dire è che nel suo errore, comune a molti e non per questo meno tragico, si mescolavano realismo e idealismo, senso di responsabilità e volontarismo, principi morali e fedeltà politiche, in un modo molto più complicato di quanto oggi possa apparire a noi, e forse persino più di quanto potesse apparire allo stesso Ingrao nei decenni successivi. Un discorso che ovviamente non vale solo per il ’56, ma per l’intera storia del comunismo italiano. E forse uno dei segnali di maggiore fragilità di quell’esperienza, almeno nella sua ultima fase, sta proprio nel suo essersi lasciata troppo facilmente incasellare dentro una schematizzazione in cui da una parte stavano gli eretici idealisti, per definizione destinati a un’eroica disfatta, dall’altra i cinici guardiani dell’ortodossia, campioni della realpolitik, per definizione disponibili, pur di vincere, a qualsiasi compromesso.
Buona parte della storia della sinistra viene raccontata oggi attraverso una simile chiave interpretativa. Una chiave che del resto si presta benissimo al gioco di entrambe le squadre, sia che si voglia sottolineare la tensione etica degli uni e il cinico opportunismo degli altri, sia che, al contrario, si voglia mettere in risalto il radicalismo inconcludente dei primi e il grande senso di responsabilità dei secondi. Una lettura che in entrambi i casi non rende giustizia alla storia del comunismo italiano e dei suoi protagonisti, a cominciare da Pietro Ingrao (che non era semplicemente un acchiappanuvole, né un estremista). E che soprattutto può rivelarsi molto dannosa oggi, alimentando tra i militanti della sinistra, da un lato, l’idea che sotto sotto l’unica politica buona sia quella che si rivela perdente, e l’unico politico degno di stima lo sconfitto, e dall’altro l’idea, persino peggiore, che qualsiasi richiamo a principi ideali e morali sia sinonimo di dilettantismo, e ogni tentativo di alzare lo sguardo dalla pura e semplice lotta per il potere una dannosa perdita di tempo.
Una simile divisione dei ruoli tra eroi delle nobili sconfitte e campioni delle ignobili vittorie, prima che distorta e manichea, sarebbe infantile. Qui sta non per niente la vera prova di maturità che attende le nuove classi dirigenti della sinistra: nel dimostrarsi capaci di resistere alla duplice tentazione della favola consolatoria e del cinismo autoassolutorio, per cambiare la sinistra e l’Italia non solo nei fatti, com’è compito di ogni buon politico, ma anche nelle parole, che non è sforzo meno arduo. Un compito che richiederebbe persino, ci si perdoni l’ingenuità, una certa ambizione poetica.

(l’Unità, 29 settembre 2015)

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