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Ma questo mondo non ci avrà

16/04/2016

Nella redazione del Foglio, che per il resto è sostanzialmente un open space, condividevamo la stessa stanza, in fondo al corridoio, a sinistra, reparto fumatori (quando arrivai, agli albori della legge Sirchia, fu la mia unica richiesta: una stanza-fumatori, perché fumavo due/tre pacchetti al giorno e proprio non sapevo scrivere senza fumare). Di quella stanza Stefano Di Michele aveva fatto un piccolo mausoleo post-comunista, con l’intera parete e la libreria accanto alla sua postazione ricoperte da un’incredibile quantità di chincaglieria marxista-leninista, in puro stile Goodbye Lenin. L’effetto che faceva, all’ignaro visitatore, doveva essere quello di una specie di Repubblica partigiana. Giuliano Ferrara la chiamava la sezione Stella Rossa del Foglio. Il contrasto tra le vestigia di tante sanguinose dittature e il carattere del loro ironico custode non poteva essere più marcato. E questa era anche la principale dote di Stefano Di Michele, secondo me, come giornalista: la capacità di scrivere anche le cose più terribili su chiunque, senza mai risultare non dico offensivo, ma nemmeno ostile. Offendersi, con lui, era impossibile. E infatti, di tutti i politici, gli intellettuali, i personaggi televisivi che ha preso di mira nei suoi articoli (praticamente tutti), che io sappia, non si è offeso mai nessuno. Al contrario. Il giorno dopo era sempre lì al telefono, proprio davanti a me, che rideva e scherzava con la vittima del giorno prima, che lo chiamava quasi per ringraziarlo, o forse semplicemente per farsi un’altra risata. In un paese in cui l’autoironia è meno diffusa del curling, mi sembra difficile non definirlo un miracolo. Ma era un miracolo che si ripeteva quotidianamente. Forse perché anche la sua vittima avvertiva che la presa in giro non veniva mai dall’alto di una presunta superiorità, sentiva che Di Michele era il primo a non prendersi sul serio, come non prendeva sul serio nessuno, tanto meno il mestiere che faceva. E questo è anche il motivo per cui da quando ho ricevuto la notizia della sua morte sono stato incerto se scrivere qualcosa, e cosa, e come. Ora sono nella redazione dell’Unità, giornale dove lui lavorò per tanti anni, prima di me, ma se alzo gli occhi oltre lo schermo, come facevo allora, nella sezione Stella Rossa del Foglio, mi sembra di vedere ancora i suoi occhi che mi fissano dalla scrivania di fronte, mentre si abbandona sullo schienale della sedia, si toglie il sigaro di bocca e sporgendosi da un lato del monitor mi dice: “Sì, però, se proprio devi fa sta cosa, ricordate de parlà ‘n po’ pure de me, eh… ‘n fa come fate sempre voi giornalisti, in questi casi…”.

Scusami, Stefano. Ho fatto meglio che ho potuto.

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