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Il prezzo dell’antipolitica (in Inghilterra)

20/06/2016

unitaC’è un paese in cui «denigrare i politici è diventato sempre più normale». Un paese in cui, «sin dallo scandalo dei rimborsi del 2009», molti elettori e gran parte dei media sono diventati «velocissimi nel bollare i loro rappresentanti come avidi, inaffidabili e mossi solo dall’interesse personale». Un paese in cui «il peso crescente dei social network, sotto il mantello dell’anonimato che offrono a chi li utilizza, sta imbarbarendo il dibattito politico e portando a una escalation della violenza verbale». Un paese in cui «attacchi disgustosi contro le donne, specialmente alle donne impegnate in politica, sono diventati ormai così frequenti che spesso ormai vengono registrati senza nemmeno commentarli». Quel paese, lo avrete già capito, è la Gran Bretagna. E i virgolettati di cui sopra sono presi dal primo editoriale del Financial Times di ieri, che partendo dall’assassinio della parlamentare laburista (e pro-Remain) Jo Cox, uccisa da un estremista di destra (e pro-Leave), scrive testualmente: «Dobbiamo guardare dentro noi stessi e domandarci cosa siamo diventati». Loro. E noi?
Noi, su questo terreno, possiamo dire di essere già parecchio avanti. La denigrazione della «casta», in Italia, è divenuta da tempo un genere giornalistico-letterario tra i più frequentati e apprezzati. Curiosamente, uno degli argomenti favoriti dai promotori di tali campagne consiste proprio nel fatto che tali e tanti abusi, reati e soperchierie capitino (e possano capitare) solo in Italia, che in qualsiasi altro paese sarebbero addirittura impensabili.
L’assassinio di Jo Cox e il dibattito che ha innescato in Gran Bretagna (non solo sul Financial Times) ci dice dunque due cose. La prima è che il sentimento di rivalsa contro tutto ciò che a torto o a ragione è identificato con l’establishment politico è molto forte ovunque, in Europa come negli Stati Uniti (chiedere per conferma a Donald Trump). La seconda è che questo sentimento ha pochissimo a che fare con quanto quei politici siano personalmente onesti o corrotti, con quanto guadagnino o spendano, e insomma con tutto ciò che generalmente viene raccomandato come rimedio contro l’antipolitica.
«La Gran Bretagna – scrive ad esempio l’Economist – è uno dei paesi meno corrotti del mondo; i suoi politici sono probabilmente i più onesti e accountable di qualunque altro paese europeo salvo la Scandinavia. I parlamentari non guadagnano molto…». Eppure, stando a uno studio pubblicato a gennaio dal Guardian, su 239 parlamentari intervistati, 192 hanno dichiarato di aver subito aggressioni o tentativi di aggressione, 101 di aver ricevuto minacce. Si va dai pugni in faccia all’essere colpiti con un mattone, alle minacce di morte ai propri figli. Un elenco certamente famigliare a molti politici italiani, che però non osano nemmeno parlarne, per paura di essere sommersi dalle campagne contro la «casta», le scorte e le auto blu (a cui molti di loro, del resto, si sono spesso colpevolmente accodati). L’assassinio di Jo Cox dovrebbe però ricordare a tutti, come scrive il Financial Times, che la democrazia è una cosa fragile. E che «il viaggio dalla civiltà alla barbarie è molto più breve di quello che pensano molti in occidente». C’è davvero da augurarsi che se lo ricordino tutti. Politici, giornalisti ed elettori.

(l’Unità, 19 giugno 2016)

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