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Favole senza lieto fine

17/09/2016

Quando un caso di cronaca colpisce l’opinione pubblica per la sua crudeltà o insensatezza o per qualsiasi altra ragione, le soluzioni che sembrano acquistare subito la maggiore popolarità sono, se non sbaglio, di tre tipi:

1) Ritorsivo: occhio per occhio, dente per dente.

2) Pedagogico: nuovi corsi di educazione civica, sessuale, digitale, stradale – a seconda dei casi – o aumento delle relative ore, qualora già esistenti.

3) Giudiziario: nuove leggi che definiscano nuovi appositi reati – civici, sessuali, stradali – o che ne inaspriscano le pene, qualora già esistenti.

Sospetto che in tutto questo si nasconda un circolo vizioso simile al famoso paradosso della regola, per cui serve sempre un’altra regola che mi spieghi come devo seguirla. E che le reazioni 2 e 3, alla lunga, alimentino la reazione 1. Ma soprattutto ho l’impressione che ci sia sotto una diffusa convinzione secondo cui ormai, grazie allo sviluppo tecnologico, al diritto internazionale, alla scienza e alla civiltà moderna, non vi sia piccolo incidente della vita o immane catastrofe naturale che non possa – e dunque debba – essere prevista, prevenuta e sterilizzata. Si tratti di un terremoto che distrugge un’intera città o di un compagno di classe che prende a pugni tuo figlio, ci deve essere qualcuno che si assuma la responsabilità di non avere impedito che accadesse, confermando così in noi due certezze fondamentali: la possibilità di impedire che le cose brutte accadano e l’intangibilità del nostro diritto a vivere in una società in cui alle cose brutte non è permesso di accadere. Sospetto che da qui nasca anche quella specie di caccia alle streghe pedagogica che si risolve nel cercare di edulcorare, omogeneizzare, sterilizzare persino le favole per bambini, che ovviamente devono essere tutte a lieto fine, senza più traccia di violenza, soprusi o cattiverie di alcun genere, per non turbare la fragile psiche dei nostri figli. E invece penso che l’unica cosa di cui ci sarebbe bisogno, per grandi e piccini, è proprio di un po’ di vecchie favole senza lieto fine, che ci aiutino a coltivare la consapevolezza del fatto che il male non è eliminabile dal mondo, né dall’uomo. E questa non è una ragione per arrendersi, per non cercare di prevenire, curare e combattere sempre di più e sempre meglio ogni sua manifestazione, ma per farlo mantenendo sempre quella coscienza del limite che è indispensabile per evitare che la medicina si riveli peggiore della malattia.

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