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Come opporsi a un tycoon

16/11/2016

unitaI ripetuti paragoni tra l’America di oggi e l’Italia del 1994, tra l’ascesa di Donald Trump e la discesa in campo di Silvio Berlusconi, per quanto prudentemente respinti dallo stesso leader di Forza Italia, hanno forse qualcosa da insegnare ai progressisti di entrambe le sponde dell’Atlantico. Il primo insegnamento è per tutti coloro, americani e italiani, che per vent’anni ci hanno spiegato come una cosa del genere, in America, non sarebbe mai potuta accadere: per ragioni culturali, politiche e di civiltà, oltre che per le inflessibili leggi sui conflitti di interessi. Intanto, però, sui giornali americani Rudy Giuliani, quello della «tolleranza zero», sostiene che pretendere che ad amministrare la fortuna di Trump non siano i suoi figli sarebbe eccessivo, perché è il loro lavoro e non si può chiedere a un padre di licenziare i suoi figli (in compenso, genitore sollecito e affettuoso, il biondo presidente ha già fornito loro una seconda occupazione nella costruzione della sua futura amministrazione).

Il parallelo tra The Donald e il Silvio dovrebbe però soprattutto mettere in guardia da alcune trappole politico-psicologiche in cui a tutti noi, osservatori e oppositori del berlusconismo, capitò di cadere a suo tempo (tralasciando quelli che ci presero tanto gusto che ancora non ne vogliono uscire). A cominciare dalla trappola della demonizzazione, che consiste nel reagire ingigantendo a tal punto qualunque minaccia da ottenere due effetti, paradossalmente, entrambi favorevoli al leader populista che si vorrebbe contrastare. E cioè: 1) consolidare il suo consenso, alimentando nei sostenitori la convinzione che il loro leader, per quante concessioni e compromessi sia costretto a fare, non abbia affatto ceduto sull’essenziale della linea politica proposta in campagna elettorale, viste le reazioni degli avversari; 2) fornirgli l’occasione di mostrarsi al contempo, presso l’intera opinione pubblica, molto più moderato e ragionevole dei suoi critici, perché è evidente che a quel punto, a paragone degli scenari apocalittici prospettati dai suoi avversari, qualsiasi soluzione decida di adottare sembrerà comunque un notevole passo avanti.

Democratici e progressisti avrebbero invece tutto l’interesse a sottolineare la distanza tra i proclami della campagna elettorale e i primi passi del nuovo presidente, che è poi la stessa che passa tra le promesse dei populisti nostrani e la dura realtà delle cose. E cioè quell’ambito in cui la costruzione di un nuovo muro di Berlino ritorna a essere il molto problematico prolungamento di un muro che già c’è, e in qualche tratto magari anche una semplice «recinzione». E dove la cacciata di 11 milioni di immigrati irregolari diviene l’espulsione di coloro che «sono criminali e hanno precedenti penali, membri di bande criminali, spacciatori di droga», mentre per tutti gli altri si «prenderà una decisione» solo successivamente, dopo avere «reso sicuri i confini», come ha dichiarato Trump alla prima intervista dopo il voto, aggiungendo pure che si tratta di «persone fantastiche». Una marcia indietro in piena regola, che è giusto prendere con forti dosi di scetticismo, ma non fino al punto da non vedere che, a oggi, di marcia indietro si tratta.

(L’Unità, 15 novembre 2016)

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