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Lo sberleffo intimidatorio

09/02/2017

unitaDue giorni fa il direttore del Corriere della sera, Luciano Fontana, firmava un lungo articolo per rispondere punto su punto alle accuse rivolte al giornale dal blog di Beppe Grillo. Ieri il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, scriveva un editoriale non meno impegnativo in polemica con l’iniziativa di Luigi Di Maio, che ha inviato all’Ordine dei giornalisti una inquietante lista di cronisti sgraditi.

In tutto questo c’è più di qualcosa che non torna. Intendiamoci. Se la minacciosa invettiva contro il Corriere, invece che dal blog di un comico, fosse venuta da un intervento pronunciato in parlamento o in conferenza stampa da un segretario di partito, non c’è dubbio che l’effetto sarebbe stato molto diverso, e la reazione del direttore del Corriere fin troppo misurata. Figurarsi poi se la lista nera dei giornalisti sgraditi l’avessero stilata – e inviata all’Ordine – qualche anno fa, Silvio Berlusconi o Massimo D’Alema, Bettino Craxi o Gianfranco Fini. In tal caso, si può scommettere che l’editoriale di Calabresi sarebbe stato declamato dal palco di piazza San Giovanni, al termine di una manifestazione cui avrebbero preso parte migliaia di persone, insieme con sindacati, associazioni e movimenti di ogni ordine e grado. Ma era una iniziativa di Luigi Di Maio. E così, l’editoriale di Repubblica rischia di apparire persino eccessivo. Proprio come la polemica del direttore del Corriere della sera con il blog di Beppe Grillo: solo a dirlo, scappa da ridere.

Ed è un errore, perché non c’è niente da ridere. La capacità di giocare sul confine tra satira e politica, simpatica ragazzata e strategia intimidatoria, rappresenta una delle armi più insidiose del Movimento 5 Stelle. Un equivoco che è parte essenziale della natura e del successo di un movimento nato non per niente dagli spettacoli teatrali di un comico, in cui è difficilissimo, quando non impossibile, orientarsi tra comizi a pagamento e spettacoli elettorali, iniziative culturali e iniziative di propaganda.

È grazie alla possibilità di nascondersi dietro al naso rosso del clown e alla libertà della satira che Grillo si è conquistato la possibilità di dire cose che a qualunque altro leader politico non sarebbero mai permesse. Non è questione di benevolenza, è che a prenderlo sul serio si rischia di passare per quelli che non hanno capito la battuta, o non sanno stare agli scherzi.

Questo meccanismo fornisce al capo del Movimento 5 Stelle una comodissima via di fuga da qualunque imbarazzo. Se ad esempio è Matteo Renzi a dire che in caso di sconfitta al referendum costituzionale lascerà la politica, è ovvio e anche giusto che all’indomani del voto tutti, a cominciare dai cinquestelle, lo inchiodino a quelle parole, nonostante per quelle parole si sia dimesso da capo del governo. Ma se è Grillo ad annunciare l’intenzione di ritirarsi dalla politica in caso di sconfitta alle elezioni europee, all’indomani di un risultato come quello del 2014, che vede i cinquestelle addirittura doppiati dal Partito democratico, non succede un bel nulla: perché a lui basta rimettersi i panni del comico, presentarsi davanti alla webcam con un’enorme confezione di Maalox, e tutto finisce in una risata. Era una battuta, è ovvio. Mica l’avrete preso sul serio?

Il problema è che questa via di fuga permette a Grillo di tirare il sasso e nascondere la mano, diffondere ogni sorta di bufala e buttarla a ridere, attizzare in ogni modo l’odio contro i suoi avversari e un minuto dopo piagnucolare che tutti ce l’hanno con lui, con il suo movimento e con i suoi meravigliosi, onesti, ingenui ragazzi.

Una battuta molto citata a proposito di Donald Trump dice che «la stampa lo prende alla lettera, ma non sul serio, mentre i suoi elettori lo prendono sul serio, ma non alla lettera». È probabile che qualcosa del genere valga anche per Grillo, e che qualche decennio fa valesse pure per Silvio Berlusconi. Il pericolo è infatti che si ripeta con Grillo proprio l’errore commesso all’inizio con Berlusconi, quando una parte della sinistra cominciò a sentenziare che il problema erano i vecchietti, le casalinghe e gli analfabeti istupiditi dalla tv. Il rischio è che la sacrosanta campagna contro le fake news segua lo stesso schema. Come quelli che all’indomani del successo della Brexit o di Trump, anche in questo simili ai loro fratelli maggiori antiberlusconiani del 1994, lamentavano i guasti del suffragio universale e la necessità di non lasciare decisioni così complesse e delicate al popolino ignorante.

È un problema che riguarda la sinistra, ma anche il giornalismo, in Italia come in America, dove non a caso Trump e i suoi sostenitori, proprio come i cinquestelle, non fanno che ritorcere sui loro critici, dal New York Times alla Cnn, l’accusa di diffondere fake news. Non per niente, è esattamente il modo in cui Grillo ha contrattaccato ieri: i giornalisti «si credono una casta intoccabile», mentre i veri potenti sono «tutelati da giornali e tv» e persino «da batterie di fake e demonizzazioni dell’avversario». Cioè esattamente i sistemi che la Casaleggio Associati e Beppe Grillo applicano da anni – a livello industriale, è il caso di dire – alla lotta politica.

Guai, però, a rispondere con il sopracciglio alzato. Alla minacciosa pretesa totalitaria dei nuovi custodi della verità, per quanto improbabili e grotteschi siano nella loro posa, i difensori di un dibattito pubblico aperto, democratico e pluralistico, non possono replicare chiudendosi in una sdegnata difesa di ceto. E magari sostenendo che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Al contrario. L’unico modo per sfuggire allo sguardo della gorgone populista, e non lasciarsi trasformare in una statua di sale, è l’aperto riconoscimento della propria parzialità e dei propri limiti, sui quali sarebbe anzi molto opportuno discutere più spesso, con maggiore disponibilità alla critica e all’autocritica (invece di coprirci sempre le spalle a vicenda).

Vale per il sistema dell’informazione americano. Vale persino per il New York Times e la Cnn. Figurarsi per l’Italia.

(L’Unità, 9 febbraio 2017)

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