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In declino a occhi chiusi

04/04/2017

Romanzo borghese su un’Italia post-borghese, descrizione satirica di una classe dirigente del tutto incapace di dare una direzione anche solo alla propria vita personale, figurarsi alla comunità nazionale, Gin Tonic a occhi chiusi, il libro di Marco Ferrante che Giunti ha candidato al premio Strega, è forse soprattutto un romanzo sull’Italia post-berlusconiana.
Silvio Berlusconi non è mai nominato, intendiamoci, ma aleggia costantemente sulle vicende della famiglia Misiano, come la figura di Francesco Giuseppe aleggiava sul regno di Kakania e le vicende di Ulrich nell’Uomo senza qualità. In particolare per quanto riguarda i tre fratelli al centro della trama: Gianni, affermato e cinico avvocato; Paolo, il più debole di carattere, marito fedifrago e politico pasticcione; Ranieri, giornalista vanesio e bon vivant. Rampolli di una ricca famiglia borghese che ha insegnato loro a vedere nel denaro e nei suoi simboli il primo segno di rispettabilità sociale e successo personale. Le diverse traiettorie delle loro carriere, le loro traversie familiari e sentimentali, l’estrema superficialità dei loro moventi e dei loro interessi raccontano il declino di una società dove il tracollo della borghesia ha appiattito ogni distinzione tra aristocrazia e plebe, dirigenti e diretti, ma in un senso ben diverso da quello auspicato dagli storici nemici di classe, ormai collassati anch’essi. Un mondo in cui la soubrette che non esita a vendere il piacere della propria compagnia a politici di seconda fila, tra un piccolo scandalo e una nuova occasione di pubblicità, immagina per sé un futuro da celebrity come parlamentare o magari come protagonista di un reality, fa lo stesso. Fa lo stesso per lei, ma anche per molti dei politici che le si accompagnano. Ed è praticamente certo che la battuta, come molti altri dettagli, non sia tratta dalla fertile fantasia dell’autore, ma dalla cronaca politico-giudiziaria di questo lungo tramonto berlusconiano.
Non per niente Ferrante, prima che romanziere, è giornalista (e oggi vicedirettore di La 7). La decadenza che racconta con divertita ironia e senza moralismi, sullo sfondo di una Roma sempre più sporca e abbandonata a se stessa, come si conviene alla Capitale politica nel tempo dell’antipolitica, prima che motivo di romanzo dovrebbe essere oggetto di un dibattito. D’altronde, se vi fosse una classe dirigente dotata dell’intelligenza e della sensibilità per accorgersene, si potrebbe dire che il quadro tracciato da Ferrante sia eccessivamente fosco. Speriamo.
Gin tonic a occhi chiusi è però prima di tutto un’avvincente saga famigliare, un romanzo tutta-trama in cui non è l’autore a parlare, e in fondo nemmeno i personaggi, quanto le cose: le barche, i bicchieri, le case e tutti quegli oggetti di design che popolano i loro appartamenti non meno che le loro conversazioni. Cose e personaggi raccontati con una prosa non meno rapida, giornalistica e piena di «super» («super sexy», «supernarciso», «supernoia»), brillantissima, da cui emerge per contrasto la gravità della situazione che fa da sfondo a tante futili discussioni e preoccupazioni, a cominciare dalla principale eredità del ventennio berlusconiano: il rapporto malato tra politica, giustizia e informazione.
Il passaggio più letterario si trova anche in quarta di copertina: «Tra tutte le cose misteriose, il denaro è una delle più misteriose». E infatti Tra tutte le cose misteriose era una delle iniziali ipotesi di titolo. Alla fine però la scelta è caduta su Gin tonic a occhi chiusi, titolo efficacissimo, tanto da sviare buona parte dei lettori e dei recensori, che vi hanno cercato ostinatamente la chiave del romanzo. Che non è, però, un romanzo a chiave. Anzi.
Con una curiosa variante di quella tecnica che gli antichi maestri zen chiamavano «lode per mezzo dell’ingiuria», in una scoppiettante presentazione all’Auditorium, Giuliano Ferrara ha parlato di un libro che incatena il lettore, che si fa leggere tutto d’un fiato per capire dove voglia andare a parare, salvo scoprire che il libro, in un certo senso, non va a parare da nessuna parte. Nel senso, cioè, che lo sguardo curioso e mai giudicante dell’autore, «avalutativo», rappresenta per il «ratzingeriano» Ferrara l’inaccettabile negazione di una ragione superiore che illumina e dà senso alla realtà. Gin tonic a occhi chiusi sarebbe, in breve, un romanzo terribilmente relativista. Dunque, filosoficamente complice di quella decadenza della borghesia italiana, e romana in particolare, che sembra denunciare. Ma probabilmente nemmeno Ferrara può escludere del tutto l’ipotesi che abbia invece ragione Ferrante, e ci sia ben poco da capire. In altre parole, che l’intima verità dei personaggi del romanzo, come di Giuliano Ferrara e di ciascuno di noi, a onta di tutte le nostre filosofie, sia rivelata piuttosto dagli abiti che indossiamo, dai bicchieri che teniamo in salotto o dalla custodia in cui riponiamo gli occhiali, e insomma da tutto quell’infinito campionario di cose misteriose che ci circondano silenziosamente in ogni momento della vita. La più misteriosa delle quali, lo avrete capito, è il denaro.

(L’Unità, 4 aprile 2017)

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