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Vintage Revolution

19/04/2017

Domenica le Monde lanciava in prima pagina il dibattito sul «populisme de Mélenchon», con quattro intellettuali di diverso orientamento a dire la loro su quella che al momento sembrerebbe la principale sorpresa delle presidenziali francesi: il sessantacinquenne leader della France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon. Se è vero che tre indizi fanno una prova, e per tracciare una retta bastano due punti, è difficile resistere alla tentazione di intravedere dietro il suo exploit una tendenza di fondo nella sinistra occidentale al tempo della grande crisi, dopo l’inaspettata ascesa del settantaseienne Bernie Sanders alle ultime primarie democratiche negli Stati Uniti, arrivato a un passo dal soffiare la candidatura a Hillary Clinton, e le nettissime vittorie interne del sessantasettenne Jeremy Corbyn nel Labour britannico. Va detto che quest’ultimo, fuori dal partito laburista, sembrerebbe godere di scarsa popolarità, tanto da indurre la premier conservatrice Theresa May a chiedere elezioni anticipate per capitalizzare subito l’abissale distacco tra i due partiti. E tuttavia è un fatto che fino a oggi questo vecchio esponente della sinistra laburista (in Parlamento dal 1983) è stato capace di un’inaspettata forza di attrazione e mobilitazione, incomparabilmente superiore a tutti i suoi avversari interni, anzitutto tra i giovani. Proprio come il vecchio senatore del Vermont nel partito democratico. E come Mélenchon, ça va sans dire, che un recente sondaggio accredita addirittura come il politico francese più popolare tra gli under 25.
Una vita nella sinistra del Partito socialista (è stato eletto senatore per la prima volta nel 1986), nel 2008 l’incanutito astro nascente del «populismo di sinistra» ha promosso una scissione del Ps e fondato il Parti de Gauche, che in coalizione con i comunisti lo ha candidato all’Eliseo già nel 2012, ottenendo un ragguardevole ma non rivoluzionario 11 per cento.
Comunque si giudichino le diverse personalità di Mélenchon, Corbyn e Sanders, non può non colpire che la richiesta di rinnovamento e radicalità salita dall’interno della sinistra all’indomani della grande crisi globale si sia incarnata in questa singolare leva di ultrasessantacinquenni, tutti in parlamento da alcuni decenni. Non può non fare riflettere che le candidature più capaci di mobilitare i giovani militanti (e non solo), anche come risposta alla crescente ondata populista, siano state quelle di questi vecchi signori del socialismo, per decenni ai margini dei rispettivi partiti e improvvisamente catapultati in prima linea dal sovvertimento di tutte le certezze e di tutte le regole della politica di questi ultimi trent’anni.
Da questo punto di vista, il leader francese che vuole uscire da euro, Ue e Nato, ma in compenso non disdegna l’Alleanza bolivariana con Cuba e Venezuela in America Latina, rappresenta certamente l’esempio più estremo. Del resto, proprio il curioso impasto di vecchie parole d’ordine dell’antiamericanismo e nuove suggestioni tecnologiche (è stato il primo a comiziare contemporaneamente in diverse città tramite ologrammi, come un personaggio di Star Trek), mostra quello che è il vero carattere di questa tendenza: non semplicemente un ritorno della vecchia sinistra, come dicono gli avversari, quanto una sua rielaborazione post-moderna. Una rivoluzione vintage per un’epoca di passioni tristi, in cui nemmeno gli eroi sono più giovani e belli, e in cui la lunga militanza nelle formazioni o nelle correnti più minoritarie della sinistra, lungi dall’essere considerata un handicap nella sfida per la conquista del consenso, finisce evidentemente per apparire a molti, e anzitutto ai giovani, come una garanzia di autenticità. Un problema che nessuna prospettiva riformista che voglia avere qualche chance nel mondo di oggi, al tempo della grande delegittimazione della politica e dei partiti, può evidentemente permettersi di ignorare.

(L’Unità, 19 aprile 2017)

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